
C’è una costante che attraversa tutta la stagione trumpiana e che oggi appare sempre più evidente: gli Stati Uniti non stanno tentando di mettere ordine nel mondo, stanno cercando di difendere la propria tenuta economica scaricando instabilità all’esterno.
Dietro gli slogan patriottici, dietro “America First”, dietro le continue guerre commerciali, i dazi, le minacce economiche, le sanzioni e le tensioni internazionali, esiste un problema molto più concreto. Washington deve sostenere un debito gigantesco, una struttura industriale indebolita da decenni di delocalizzazione, un’inflazione difficile da controllare e un sistema finanziario che vive ancora grazie al predominio globale del dollaro.
Trump non ha creato questo problema. Lo ha semplicemente reso brutale, esplicito, quasi aggressivo.
La sua amministrazione usa il caos come leva economica. Ogni crisi diventa utile. Ogni tensione internazionale viene trasformata in uno strumento finanziario. Instabilità energetica, scontri commerciali con la Cina, pressione continua sugli alleati europei, escalation controllate in Medio Oriente, minacce tariffarie permanenti. Tutto serve a mantenere il dollaro al centro del sistema mondiale.
Per anni questo meccanismo ha funzionato quasi automaticamente. Quando il mondo entrava nel panico, i capitali correvano verso Wall Street. Quando i mercati tremavano, il dollaro si rafforzava. Gli Stati Uniti potevano esportare debito, inflazione e squilibri interni contando sul fatto che nessuno avesse una vera alternativa monetaria.
Oggi però quella situazione non è più assoluta.
L’euro, con tutti i limiti politici e strutturali dell’Unione Europea, è diventato comunque un argine reale alle derive più estreme della politica americana. Non sostituisce il dollaro, ma ne limita il monopolio. Ed è probabilmente questo uno dei motivi del crescente nervosismo di Trump verso Bruxelles.
Dietro gli attacchi commerciali contro l’Europa non ci sono soltanto motivazioni elettorali o propagandistiche. Esiste una competizione strategica molto più profonda. Un’Europa economicamente autonoma riduce la capacità americana di trasferire all’esterno i costi delle proprie crisi interne.
E infatti Washington continua a comportarsi in modo sempre più contraddittorio. Parla di libero mercato mentre impone dazi. Parla di alleanze mentre tratta gli alleati come concorrenti economici. Parla di stabilità mentre alimenta tensioni continue nei mercati energetici e finanziari.
Persino il dossier iraniano segue questa logica. Tensione costante, crisi mai risolte, escalation a intermittenza. Hormuz diventa una leva perfetta: basta evocare il rischio di chiusura dello stretto e il prezzo dell’energia sale immediatamente, colpendo soprattutto Europa e industrie concorrenti.
Nel frattempo gli Stati Uniti cercano di attirare capitali, drenare investimenti e continuare a finanziare il proprio debito scaricando parte del peso sul resto del pianeta.
Ma questo schema mostra crepe sempre più evidenti.
Il mondo multipolare avanza lentamente. La Cina costruisce circuiti alternativi. I BRICS, con risultati ancora limitati e senza una vera moneta globale di riferimento, cercano nuovi equilibri. L’euro continua a rafforzarsi nonostante tutto. E soprattutto cresce la percezione che Washington non stia più difendendo l’ordine globale, ma la sopravvivenza del proprio sistema economico.
Ed è qui che emerge il vero problema della stagione trumpiana.
Quando una superpotenza comincia a mantenere la propria centralità destabilizzando continuamente il pianeta invece di stabilizzarlo, significa che il modello su cui ha costruito la propria egemonia sta iniziando a mostrare cedimenti profondi.
Piero Terracina

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