
La vicenda giudiziaria del delitto di Garlasco sembra avvicinarsi a una svolta decisiva. L’interrogatorio di Andrea Sempio davanti alla Procura di Pavia, conclusosi con la scelta dell’indagato di avvalersi della facoltà di non rispondere, viene letto negli ambienti giudiziari come un passaggio tecnico ma altamente significativo. Non tanto per il silenzio in sé – diritto pienamente legittimo e spesso consigliato in presenza di nuovi elementi accusatori – quanto per ciò che lascia intuire sul lavoro svolto negli ultimi mesi dalla Procura guidata da Fabio Napoleone insieme ai sostituti procuratori titolari dell’inchiesta. Il quadro che emerge è quello di un’indagine arrivata a un livello di approfondimento tale da far ritenere ormai vicina una conclusione delle indagini preliminari con relativa richiesta di rinvio a giudizio. Naturalmente sarà il tempo processuale a stabilire se l’impianto accusatorio reggerà davanti a un Gip e successivamente, eventualmente, a un Gup. Ma è evidente che il silenzio della difesa di Sempio non nasce nel vuoto. Nasce dalla necessità di esaminare attentamente il nuovo materiale investigativo depositato dalla Procura, frutto di un lavoro lungo, riservato e silenzioso.
Chi conosce Fabio Napoleone sa perfettamente che questo è il suo metodo. Lo conosco dagli anni Novanta, quando da cronista giudiziario de Il Giorno seguivo le sue inchieste sulla corruzione nell’hinterland milanese. Magistrato rigoroso, di impostazione antica, totalmente impermeabile alla ricerca di notorietà personale. Mai una fuga in avanti, mai una concessione alla spettacolarizzazione dell’indagine. Lavora nel silenzio, insieme ai colleghi del suo pool e alle forze dell’ordine, seguendo un principio che oggi sembra quasi fuori moda: la tutela assoluta della riservatezza istruttoria. Non per chiudersi rispetto all’opinione pubblica o alla stampa, ma per proteggere le parti, le fonti di prova e soprattutto la solidità dell’indagine stessa. Anche nel caso Garlasco si percepisce chiaramente questa impostazione. Napoleone e i magistrati che hanno lavorato al fascicolo – insieme agli investigatori delegati – non sembrano minimamente interessati al rumore mediatico che inevitabilmente accompagna un caso tanto delicato e discusso. Procedono con la logica dell’accertamento, non con quella della rappresentazione pubblica dell’inchiesta.
Per questo motivo appaiono oggi piuttosto sterili molte delle discussioni che stanno infiammando talk show, social e commenti televisivi sul valore indiziario o probatorio degli elementi contestati ad Andrea Sempio. È una distinzione che potrà essere valutata seriamente solo quando il quadro investigativo sarà integralmente conosciuto. Oggi si ragiona inevitabilmente per frammenti, indiscrezioni, ipotesi e ricostruzioni parziali. Ma un procedimento penale vive sugli atti e non sulle suggestioni mediatiche. Saranno le future udienze davanti al Gip e al Gup, e soprattutto gli eventuali documenti resi pubblici dalla difesa, a consentire una valutazione più precisa della consistenza delle contestazioni mosse dalla Procura. Fino a quel momento ogni giudizio definitivo rischia di essere prematuro. La scelta stessa della difesa di non entrare nel merito durante l’interrogatorio sembra confermare proprio questa impostazione: prima comprendere integralmente il nuovo impianto accusatorio, poi decidere strategia e linea difensiva.
In un’epoca nella quale troppe indagini sembrano consumarsi più nelle trasmissioni televisive che nelle aule giudiziarie, il metodo Napoleone rappresenta quasi un’anomalia. Ma forse dovrebbe essere la normalità. La giustizia non può piegarsi alle esigenze del ciclo mediatico, né alle pressioni emotive dell’opinione pubblica. Deve procedere con rigore, prudenza e riservatezza. E proprio questa impostazione rende oggi particolarmente rilevante il fatto che la Procura di Pavia stia accelerando verso la chiusura delle indagini. Significa che, al di là del clamore, i magistrati ritengono di avere raggiunto un livello di definizione sufficiente per portare la vicenda davanti a un giudice. Sarà poi il processo, e soltanto il processo, a stabilire la tenuta delle accuse. Tutto il resto appartiene al rumore di fondo che inevitabilmente accompagna i grandi casi giudiziari italiani.
Cesare Mannucci

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