
Il libro dello storico Simone Visciola, L’alternativa impossibile. L’idea socialdemocratica di Antonio Cariglia tra Italia ed Europa negli anni della “prima” Repubblica edito da Marsilio (2020), costituisce un ampio e prezioso lavoro di ricerca corredato da un appendice d’interventi parlamentari del politico pistoiese, dal 1965 al 1993.
Dopo un’agile e attenta lettura, la prima impressione che forse più se ne ricava è quella di una situazione politica dell’Italia perennemente in stallo, stretta, ma forse sarebbe meglio dire “ostaggio” del rapporto di forza e quindi di potere tra la destra della DC e la sinistra del PCI. Un rapporto privilegiato tra due forze – di maggioranza e opposizione – che di fatto ha sempre impedito la formazione di una “terza forza”, laica, riformista, alternativa, capace di ascendere nel paese a un ruolo autonomo di forza di governo.
L’alternativa impossibile è divenuta tale essenzialmente per due ragioni, l’una di politica internazionale l’altra di politica nazionale. La politica di alleanza e di divisione degli schieramenti partitici nei due blocchi di riferimento della Nato e del Patto di Varsavia rendeva di fatto impossibile l’ipotesi di una “terza via” internazionale, che pure i socialdemocratici tentarono in base alla concezione di “un rapporto di solida partnership fra Europa e Stati Uniti, possibile però solo alla luce di una reale unità europea”. A livello nazionale, al fine di rompere il patto consociativo tra Dc e PCI, la strategia consisteva invece nel tentativo innanzitutto di aggregare tutte le forze laiche “come unica possibile alternativa di potere. Un rassemblement fra socialisti, repubblicani e socialdemocratici, (che) se ben costruito su una comune piattaforma, avrebbe impedito alla DC <di oscillare ora a sinistra, ora a destra>, facendo cadere il disegno di compromesso storico del PCI”.
Nel corso di quasi 50 anni dalla nascita della Repubblica, si può dire che fosse naturale per il PSDI e prima ancora il PSLI, nato dalla scissione di Palazzo Barberini dell’11 gennaio 1947, guardare a sinistra. Cosa che accade fino alla crisi di Tangentopoli e la scomparsa definitiva del partito. E tuttavia la storia stessa del partito dimostra come la ragione ispiratrice dell’azione politica sia stata piuttosto il “realismo”, praticato con successo sia a livello internazionale che nazionale.
Tutto ciò mediante innanzitutto l’alleanza strategica con gli Stati Uniti d’America e la prospettiva della costruzione di una Comunità economica europea “libera da ogni fallace prospettiva carolingia, (che) ricerchi tutte le occasioni per mantenere aperta la prospettiva di una comunità più vasta con i paesi della zona di libero scambio, e quindi di una partnership, su un piano di parità, con gli Stati Uniti d’America (…) (nella convinzione) che non esista altra strada per garantire una pace stabile nel mondo”. Com’è facile constatare, una questione ancora attuale e tutto sommato ancora irrisolta, come altresì vedremo nel prosieguo di questa breve recensione.
Quanto invece all’azione di governo del paese, il quadro dei rapporti internazionali non può che spingere il PSDI a un’alleanza di governo con la DC, così come nel 1953, 1958 e 1975; una scelta ancora una volta realista, definita anche come la “costante elettorale delle forze laiche”. E così avviene fino all’avvento del partito socialista di Craxi; che, nel XLIV congresso del PSI a Rimini “si faceva promotore di una grande forza riformista. Essa però non aveva ancora preso corpo nel quadro degli schieramenti politici. Per questo Craxi rilanciò l’alternativa e il pentapartito insieme”.
Pertanto, riassumendo finora brevemente, possiamo dire che nel PSDI il principio di realtà abbia avuto sempre la meglio, correttamente e saggiamente, sull’idea. Nel modo in cui, qualche anno prima dell’avvento di Craxi, appare palesemente in quest’altro brano del libro: “Al comitato centrale del novembre del 1980 Longo sarebbe tornato a sottolineare l’importanza dell’accordo con il PSI. Sebbene i socialdemocratici avessero da più di trent’anni collaborato con la DC, questo non doveva significare che il PSDI facesse parte del <sistema di alleanze democristiano> poiché la sua collocazione risiedeva in seno alla sinistra democratica per l’alternativa socialista alla guida del paese, ossia un obiettivo che non poteva essere centrato dal solo PSI”. Ma, nel corso della Prima Repubblica, di fatto neanche da un’alternativa terzaforzista di socialisti, democratici, laici e liberali.
Da dove sarebbe derivata quest’impossibilità storica? Nei fatti, da quello stesso rapporto consociativo tra DC e PCI, capace di ricondurre ogni questione, innanzitutto individuale, sociale ed economica a una questione di mero potere. Attraverso un quadro generale del paese, che possiamo definire anch’esso costante e duraturo, “di crisi economica ampia e di <degradazione> dello Stato in progressivo peggioramento (…) Un contesto nel quale, in fondo, non cambiava il tenore delle risposte alle domande più urgenti, poiché tutto si riduceva a una questione che restava <politica>: quale fiducia trasmettere agli italiani intorno alla <presenza> di un governo (…)”. Le parole dell’autore fanno riferimento alla situazione politica occorsa nel 1976, ma è facile anche qui constatare una stretta adesione all’attualità e praticamente all’intero corso della Seconda Repubblica.
Altro elemento storico importante, che si coglie altrettanto bene attraverso la lettura del libro, è la lotta di potere interna ai partiti e quindi nel caso di specie al PSDI, di cui “il clima era quello solito della battaglia tra fazioni”. Anche attraverso quest’altro elemento è possibile cogliere l’intera vicenda della politica italiana nel corso della Prima Repubblica, destinata in effetti a concludersi con l’avvento di Tangentopoli. Tutto ciò, per via della Nemesi che sempre conduce la storia degli uomini. Tangentopoli rappresenta infatti l’inevitabile epilogo della lotta che la politica decide di combattere per la conquista del potere in Italia e che in fine conduce al soffocamento e alla distruzione della politica stessa.
Antonio Cariglia, nel tentativo rivelatosi vano di scongiurare la crisi spesso attuale del partito e dei governi del paese, nel corso della Prima Repubblica lanciò più volte “la proposta di una modifica della legge elettorale in senso maggioritario, per favorire la governabilità del paese, ma ciò presupponeva la creazione di un aggregato di forze affini”. Breve parentesi di attualità: nel 2018, con l’exploit del Movimento Cinque Stelle e i successivi governi di coalizione, prima con la Lega di Salvini e poi con il Pd di Zingaretti, anche questa prospettiva però di fatto svanisce; così che sembra di essere nuovamente ritornati al punto di definitiva crisi della Prima Repubblica e origine della Seconda. Ma, seguendo ancora il ragionamento di Cariglia, l’autore del libro scrive che egli “era sempre per una modifica graduale del sistema elettorale <attraverso sperimentazioni successive> possibili, introducendo, intanto, <la facoltà di collegamento tra i partiti e il quoziente unico nazionale>. In tale direzione si poteva ottenere un doppio vantaggio: <il primo che il collegamento prefigurerebbe la coalizione politica di domani e il secondo che la distribuzione dei seggi sarebbe più equa rispetto alla vigente legge elettorale che premia i due partiti più grandi”. E dunque, non è affatto superfluo ripetere che la questione delle alleanze partitiche e della governabilità del paese resta tuttora un problema di grande e stretta attualità.
Prima di terminare questo mio breve excursus, intendo qui riprendere un’ultima vicenda descritta nel libro, che mi sembra serva a riaprire una questione decisiva per il futuro innanzitutto dell’Europa, nell’ottica di una strategia che Antonio Cariglia aveva intravisto con lungimiranza e a cui abbiamo in parte già accennato. Una strategia i cui risvolti hanno impattato e impattano, in maniera altrettanto decisiva, sul presente e il futuro del nostro paese. E’ il 4 marzo 1988, poco prima della caduta del Muro e del percorso di fondazione dell’Unione europea, secondo le modalità e le forme che, attraverso il processo storico di formazione e sviluppo, oggi tutti noi sperimentiamo non senza difficoltà, complessivo disagio e purtroppo crescente disaffezione.
E dunque: “In un’intervista a Miriam Mafai su <la Repubblica> Cariglia, in quei giorni in cui il sole nascente sembrava un corpo agonizzante, riprendeva il filo del passato: <La storia ci ha dato ragione! (…) anche i comunisti, che per anni ci hanno deriso e insultato, oggi si dichiarano socialdemocratici. Dovrebbe essere una nostra vittoria, e invece i nostri vizi ci uccidono”. Il fallimento dell’unificazione con il PSI “aveva riaperto, più grave di prima, la <questione socialista>”, che il Pd e Veltroni, all’atto della nomina del primo segretario del nuovo partito, intenderanno non solo accantonare ma cancellare definitivamente, schierandosi con i partiti della finanza europea e globale per la costruzione di un’Unione europea che, nell’arco di un decennio (2007-2016) avrebbe scontato tutti i limiti già preannunciati da Antonio Cariglia e qui molto sinteticamente indicati. Protagonisti, loro, ancora una volta ignari del destino della nemesi al quale tutti gli uomini appartengono!
Infine, grazie a Simone Visciola e, per sua stessa ammissione in apertura del libro, grazie a Nicola Cariglia “che ha mosso questo lavoro e che ha avvertito l’esigenza dopo la scomparsa del fratello maggiore di riflettere sul lungo cammino politico di Antonio”, al fine anche di continuare a chiedersi e a chiederci: “Perché l’idea socialdemocratica di cui Antonio fu strenuo portatore, pur risultando vincente in diversi paesi europei, non ha mai potuto tradursi in Italia in un progetto politico d’alternativa?”.
Angelo Giubileo

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