Volodymyr Zelens’kyj ha ringraziato con un Twitt alle 14:00 del 25 gennaio 2023 il cancelliere Olaf Scholz per il via libera all’invio dei tanto attesi tank Leopard 2 dalla Germania. Un tira e molla che si è protratto per diverse settimane e che ha avuto uno sblocco definitivo con l’annuncio da parte di Biden, dell’arrivo sul teatro di guerra, dei carri armati Abrams dagli Usa.
Il Parlamento italiano ha ratificato intanto il giorno successivo, 26 gennaio, il d.L. per il rinnovo a tutto il 2023 degli aiuti militari dell’Italia, all’Ucraina.
Distinguo sono arrivati non solo dalle opposizioni, come è ormai divenuta prassi da parte dei 5 Stelle e dei Verdi-Sinistra, su questo ed altri temi, ma anche della Lega che ha ribadito le proprie riserve sulle sanzioni economiche alla Russia. Salvini non rinuncia come può, a dichiarare il suo debole per il tiranno russo.
Il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, pressato da alcune testate giornalistiche ha precisato che l’Italia non ha previsto l’invio di mezzi corazzati, ma si appresta a mandare una fornitura di missili terra-aria di fabbricazione italo-francese (i Samp-T) altrettanto indispensabili alla resistenza ucraina per le difese aeree.
C’è da dire che diverse cancellerie europee si erano mosse nei giorni scorsi per convincere il premier socialista tedesco ad intervenire positivamente, a cominciare dalla Polonia, la Finlandia e la Lettonia che oltretutto hanno maggiori e validi motivi geopolitici per sostenere gli aiuti a Kiev.
L’accordo raggiunto tra la Germania e gli Usa (e sostenuto da altri paesi UE tra i quali l’Italia) rimanda in qualche modo alla vicenda degli euromissili, certo ben più complessa e cagionante molti sudori freddi, considerando anche che si era ancora (appunto) in piena “guerra fredda” e la UE ben lontana dal venire.
In sostanza, dopo il massiccio dislocamento da parte di Breznev dei missili a testata nucleare SS-20 sul confine europeo occidentale, con la minaccia diretta alle capitali del nostro continente, in un vertice della NATO tenutosi nel gennaio 1979 in Guadalupa, Germania, Inghilterra, Francia e USA, decisero di operare una contromossa altrettanto “muscolare” con l’impegno eventuale e subordinato, ad una successivo smantellamento se anche l’URSS si fosse impegnata in tal senso.
Il cancelliere tedesco di allora, il socialista Helmuth Schmidt, si impegnò a dislocare i missili Pershing e Cruise sul suolo della RFT, a patto che un’altro paese europeo accettasse di fare altrettanto. Il governo italiano guidato da Francesco Cossiga, sollecitato dagli alleati atlantici, poté contare sull’aperto sostegno del PSI, che si concretizzerà proprio sotto la presidenza di Craxi, con la scelta di creare a Comiso (RG) la base italiana dei missili, nonostante le forti pressioni esercitate da Mosca, sia sul PCI che sul governo, inviando anche il proprio ministro degli Esteri Boris Ponomariov più volte in Italia, nel tentativo di dissuadere il nostro esecutivo. Ancora nel 1983 durante la prima visita in URSS di Craxi da presidente del Consiglio (lo racconta Carmine Fotia nel suo libro del 2020 “Un autunno ad Hammamet” postfazione di Goffredo Bettini) una sera a cena in albergo con i propri familiari si presenta il nuovo ministro degli esteri Andrej Gromyko, si siede con l’interprete accanto a Bettino e gli chiede ancora una volta di desistere dall’installazione in Italia dei missili nucleari a medio raggio. “Se li togliete voi, lo facciamo anche noi” fu la secca ed eloquente risposta.
I sovietici finanzieranno massicciamente in quegli anni, vari movimenti pacifisti, espressamente in Italia e Germania, ma anche in altri paesi, al fine di creare una pressione interna dell’opinione pubblica, si badi bene non già per una pace bilaterale e poi mondiale, ma direttamente contro la scelta degli euromissili.
Un pacifismo a senso unico, un po’ come è accaduto da noi nell’ultimo anno.
La storia si ripete sempre.
Gli euromissili porteranno nel decennio successivo al 1979 al ritiro degli SS-20 e alla crisi e poi al crollo del sistema sovietico.
Cosa analoga accadrà ben presto con Putin, se l’Occidente continuerà compatto a marciare unito in difesa del diritto dell’Ucraina ad esistere e a resistere.
Alessandro Silvestri
Da L’Avanti! Della Domenica

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