Questi i mie tre ometti del mese. Così chiamati pensando a quei matti da palcoscenico che adoro. Nomi (ovviamente) scritti alla milanese (con l’articolo).
L’Aldo l’ho incontrato per ben tre volte a South Kensington. La prima, mentre mangiavo a un ristorante libanese, all’aperto (a luglio). Una seconda, mentre salivo su un taxi (a metà settembre). La terza, un pomeriggio della scorsa settimana in Exhibition Road (sempre nei pressi). Il giovane mi pare alto (direi uno e novanta). In tutte e tre le occasioni indossava una tuta da lavoro gialla (armata di catarifrangenti), un cappello di lana blu (ben calzato) e portava a spasso due bidoni in alluminio sopra due ruote nere. Al seguito una saggina con cui ramazzava a terra. Vista la stanzialità del suo operare, presumo fosse lo spazzino di quartiere. Anni: circa sessanta (ma abbondanti). A colpirmi è stato lo sguardo: camminava (ricurvo) spingendo il carrello; spazzava (ricurvo) maneggiando la saggina, ma in entrambi i casi, spingeva o maneggiava scrutando intorno. Scrutava e spazzava. Scrutava e spingeva.
Il Giovanni, l’ho incontrato davanti ad Harrods. Aveva al traino una mini-caldaia elettrica ed un tubo sbuffante vapore bollente: scioglieva e staccava dall’asfalto, con pazienza e perizia, le gomme americane ormai fuse dal sole, dal tempo, e dalla pressione delle pedate. Era meticoloso. Sguardo al suolo, occhiali protettivi, una coppolina, grembiule blu.
Il Giacomo l’ho invece incontrato all’aeroporto di Londra Heathrow. Transitavo tra i negozi della zona duty-free mentre lui estraeva sacchetti (grassi e pinati) dai cestini della spazzatura. Occhiali neri e montatura spessa. Mi ricordava un vecchio attore, poi identificato con uno di quelli che piacevano a mio nonno: Spencer Tracy. Il Giacomo era molto signorile e sotto la tuta da lavoro portava una camicia bianca con cravatta (vecchia scuola). Anni: sessanta mal portati. Come “il” Giovanni, quello di fronte ad Harrods e come l’Aldo lo spazzino.
Siccome sono una abituata a credere vi sia un barlume d’efficienza capitalistica in ogni scelta delle “risorse umane”, ho ragionato sulla dislocazione “dell’”Aldo, “del” Giovanni e “del” Giacomo. Ed ho capito (non ci voleva molto). Quelli ai negozi, al bancone del bar, agli sportelli delle linee aeree a servire il popolo del nuovo millennio (nevrotico, esigente, incolto, con mille App, connessioni e miliardi di selfie, come me) era gente altrettanto sveglia, solo più gentile e più spietata ancora. La very old economy stava nel retrobottega. Riparata. Nel posto adatto ai vecchi, belli, bravi, efficienti e diligenti. Dinosauri di una lontana era geologica in cui insegnavano a fare una cosa alla volta. Quella stessa raccomandazione che bofonchiava mio zio decrepito. Uno a cui volevamo bene ma di cui ridevamo (le mie cugine ed io) per la dentiera malferma e quei consigli da babbeo. Noi, sveglie e multitasking, al bancone di un negozio, di una linea aerea, di una enoteca, abbiamo bisogno di commessi interdisciplinari e rapidi. Non “L’”Aldo, “il” Giovanni, “il” Giacomo che (invece) possono pulire, ramazzare, cambiare sacchetti. Ma è colpa loro. Purtroppo hanno ciccato il bersaglio. Se fossero stati più abili a far soldi e a programmare la loro vita, “L’”Aldo, “il” Giovanni, “il” Giacomo, sarebbero in vacanza o darebbero ordini. Avrebbero potuto assumere noi (sveglie, rapide, multitasking) per mettersi al riparo dal mondo che corre. Ma hanno toppato. Così è la vita.
Noi non ci dobbiamo preoccupare. Non saremo mai vecchie e non mancheremo i nostri obbiettivi. Non dobbiamo temere qualcuno delle risorse umane che domani ci difenda dal futuro dandoci una ramazza in mano. Siamo ganze, sveglie, sgobbone, in gambissima, bonazze, spietatissime, vincenti. Di cosa ci dovremmo preoccupare se non di studiare le carte, metterci un po’ di crema rassodante, depilarci bene bene, aggiornare il portatile e noi stesse ogni venti giorni circa? Che problema c’è?
Da un Frecciarossa che corre a fine serata (come me)
Florenza Carsi

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