• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

L’addio di Letizia Moratti al centrodestra illiberale può archiviare il bipolarismo e offrire un’opportunità ai riformisti PD (e a Meloni)

Le dimissioni dell’ex ministro berlusconiano ed ex presidente Rai in quota Forza Italia – peraltro date a fronte dei primi provvedimenti del governo Meloni, da cui ha preso esplicita distanza – la sciolgono dal legame quasi trentennale con il centrodestra. Contemporaneamente la inseriscono nel triangolo tra la sua lista civica ormai pronta (“LM”, come “Lombardia Migliore” ma anche come Letizia Moratti), il Terzo Polo che sembra deciso sostenerla e, forse il Pd per intero, se riuscirà a capire che si tratta di un’opportunità. Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 5 Novembre 2022

Il suo cognome inizia con la “M” e finisce con la “i”, è donna, ha una storia politica di centro-destra e si candida a scompaginare i precari e purtuttavia duraturi equilibri della politica italiana (la transizione infinita). No, non è Giorgia Meloni. O meglio, non è solo lei. Parlo di Letizia Moratti, che si è appena dimessa da vicepresidente e assessore al Welfare della Regione Lombardia per avere la libertà di potersi candidare, la primavera prossima, alla presidenza della Regione medesima. A prima vista l’accostamento può sembrare improprio: Meloni è capo del governo centrale, Moratti aspira a diventare capo del governo lombardo. E, senza sottovalutare il peso della regione più importante d’Italia, sono due condizioni imparagonabili. Ma se si ragiona sul piano più strettamente politico, si vedrà che le cose stanno diversamente. Vediamo perché.

Meloni è oggetto di un investimento emotivo da parte di un crescente numero di italiani, che certamente va ben oltre il perimetro della destra da cui proviene, anche di quella post fascista di An che Gianfranco Fini con indubbia capacità seppe allargare. Ora, per i governi la luna di miele è sempre esistita e il primo esecutivo guidato da una donna a maggior ragione non fa eccezione. Inoltre, da tempo si è diffusa l’aspirazione a mettersi nelle mani dell’uomo (o donna) del destino (salvo poi tramutare, con velocità sempre più crescente, l’aspettativa in delusione). Ma la sensazione è che nel caso di Meloni l’attesa messianica sia sopra la media, e riguardi anche chi sta politicamente altrove. Le ricerche demoscopiche sono eloquenti: tutti i sentiment negativi sono in calo, anche vistosamente, mentre tutti quelli positivi sono in crescita, anche significativa. Certamente, per la prima volta dal 2008 dalle urne è uscita un’indicazione chiara, per quanto figlia più dei meccanismi elettorali maggioritari che non di una quantità di voti consistente (considerato che il centro-destra rispetto al 2018 ha perso elettori e non va oltre il 26% degli aventi diritto al voto). Questo, almeno sulla carta, garantisce a Meloni un mandato politico forte. Nello stesso tempo, però, la costringe a dare subito dimostrazione che la sua è una leadership vera e duratura. Pena, altrimenti, una altrettanto rapida trasformazione nell’ennesima meteora. E la fretta, sommata all’inesperienza nella gestione dei processi di governo e nella guida della macchina amministrativa, è cattiva consigliera.

Lo si è visto in questi primi giorni in cui l’ansia di imprimere fin da subito un marchio identitario al suo governo – chissà perché, poi, visto che la campagna elettorale è finita e il suo mondo è l’ultimo cui deve guardare se vuole giocare a tutto campo – le ha fatto commettere una sequela di errori da matita blu. Dalla “amnistia no vax” per i medici e il personale sanitario non vaccinati Covid – sicuramente il più grave, perché il messaggio è devastante a fronte di un’utilità pratica pari a zero – al pasticciato e inutile decreto anti raduni rave (esistono già le leggi che servono, basta applicarle), dall’innalzamento della quota di contante spendibile (nessun tabù ideologico, ma non era né il momento né il modo), all’approccio muscolare sugli sbarchi (verso navi ong che portano il 10% del totale degli immigrati accolti). Oltretutto polemizzando con l’Europa, proprio quando era in programma il primo viaggio della presidente del Consiglio a Bruxelles, con un’agenda (sbagliata per un approccio iniziale) tutta all’insegna del “battere cassa”.

Ora ci si domanda se tutto questo sia una sorta di pedaggio pagato al noviziato e un riflesso condizionato dall’abitudine all’approccio ideologico e propagandistico, destinato a lasciar spazio alle vere priorità. E anche se, pure alla luce delle divisioni dentro la maggioranza, non finirà col prevalere la tentazione di sovvertire le priorità stravolgendo l’agenda, quella ereditata da Draghi per capirci, fatta da impegni e scadenze da rispettare e garanzie da assicurare, a favore di un’accozzaglia di misure “segnaposto” prive di rilevanza strategica, se non peggio. E ci si chiede quale abito indosserà Meloni in Europa. Antonio Polito, per esempio, le ha saggiamente suggerito di evitare quello sovranista tante volte messo a Roma, magari pensando che possa essere una carta da giocare quella di sbandierare l’investitura popolare ricevuta il 25 settembre. In quel consesso tutti i paesi sono sovrani e tutti i governi sono legittimati (eletti direttamente o per via parlamentare, non fa differenza) per cui la vera partita si gioca sul terreno del “sovranismo europeo”, dentro tutte le istituzioni comunitarie, Ue e Bce in testa. Partita che richiede la costruzione di alleanze, la ricerca paziente del consenso, l’uso intelligente della mediazione e del compromesso. Non i pugni sul tavolo. Specie se il tuo debito è grande e gravoso, i tuoi difetti tanti e strutturali, il tuo bisogno degli altri alto e cogente.

Soprattutto, Meloni deve guardare in faccia la realtà politica che la circonda: deve gestire tre partiti di maggioranza riottosi (di cui uno già spaccato e un altro che potrebbe diventarlo presto) e fronteggiare quattro opposizioni (oltre a Pd, 5stelle e Terzo Polo, c’è anche un fronte massimalista che salda trasversalmente grillini, sinistra radicale e ala sinistra Pd, che Francesco Verderami ha ribattezzato “intergruppo degli intransigenti”), che praticano un confusionario “tutti contro tutti”. Ora, Meloni deve decidere se prendere atto di questo contesto balcanizzato nell’ipotesi (illusione?) di poterlo governare. O se provare, magari non subito ma neppure troppo in là, a produrre cambiamenti nel sistema di alleanze, spaccando il proprio fronte ma anche quello avverso. Non so dirvi la presidente del Consiglio quale strada sceglierà, se quella conservativa o quella coraggiosa, ma so che sul terreno della scomposizione e ricomposizione del quadro politico avrà in Letizia Moratti una concorrente agguerrita.

Le dimissioni dell’ex ministro berlusconiano ed ex presidente Rai in quota Forza Italia – peraltro date a fronte dei primi provvedimenti del governo Meloni, da cui ha preso esplicita distanza – la sciolgono dal legame quasi trentennale con il centrodestra. Contemporaneamente la inseriscono nel triangolo tra la sua lista civica ormai pronta (“LM”, come “Lombardia Migliore” ma anche come Letizia Moratti), il Terzo Polo che sembra deciso sostenerla e, forse il Pd per intero, se riuscirà a capire che si tratta di un’opportunità. Oppure parte di esso, se su questa partita la componente riformista che in Lombardia conta su due sindaci come Beppe Sala (già direttore generale del Comune di Milano con Morati primo cittadino) e Giorgio Gori vorrà andare fino in fondo, anche a costo di una scissione. E siccome escludo che la componente massimalista dei Democratici accondiscenderà mai – i giornali riportano che la reazione è da vuoto pneumatico mentale: “non si capisce perché il Pd dovrebbe sacrificare il suo profilo per una candidata di destra quando la Lombardia è una regione male amministrata che si può riconquistare, non cadiamo nella trappola di Renzi e lavoriamo a un candidato di centrosinistra come Cottarelli” – penso che l’unica possibilità sia quella della scissione, che peraltro auspico con gran convinzione (vedi TerzaRepubblica n. 35 dell’8 ottobre 2022, qui il link).

Ma con tutta evidenza in ballo non c’è soltanto il pur importante governo della Lombardia, magari con un effetto collaterale sul Lazio che andrà anch’esso al voto l’anno prossimo. No, si tratta di un’operazione che guarda oltre, destinata ad avere conseguenze nazionali. Renzi lo ha ben chiaro (“se la Moratti si candida è un fatto rilevante politicamente”), ci vede l’embrione di una rottura della maggioranza di governo e la creazione di nuovi equilibri. Moratti è in grado di aggregare un’area di centro che può offrire una sponda sia ai delusi del centrodestra o comunque di chi teme una deriva illiberale, sia ai moderati e riformisti del centrosinistra stanchi dell’immobilismo del Pd, frutto di una convivenza innaturale sotto lo stesso tetto con la componente più massimalista e populista, che non a caso continua a strizzare l’occhio a Conte. Con effetti collaterali molto importanti: la crisi della Lega in salsa Salvini se il candidato Attilio Fontana, contestato presidente uscente, dovesse uscire sconfitto; un passo ulteriore verso la disintegrazione di Forza Italia, dopo l’uscita di figure come Renato Brunetta (che Moratti potrebbe facilmente recuperare), Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna; la scissione del Pd.

Tutte conseguenze, queste della discesa in campo di Moratti, che a ben vedere non dovrebbero dispiacere a Meloni, anzi. Ecco perchè se fossi nei suoi panni, non solo non vedrei affatto male l’operazione Moratti, ma farei di tutto per favorirla. Vuoi vedere che le due “M” femminili della politica italiana tirano un sasso nell’acqua imputridita dello stagno della politica italiana che pensiona il fallimentare bipolarismo e finalmente produce qualche vero e salutare cambiamento?

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: bce, bipolarismo, bruxelles, cambiamenti, campagna elettorale, capo del governo, centrosinistra, comune di milano, consenso, convivenza, crisi, dimissioni, direttore generale, draghi, effetti collaterali, europa, fini, gianfranco fini, giornali, governo, italia, leadership, lega, lombardia, medici

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Antonio di Meco su Fermare le macchine per salvare la democrazia
  • Angioletta Massimino su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Angioletta Massimino su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Luca Bagatin su Trump e Putin, l’asse dell’arroganza contro un’Europa che non si piega
  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti