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la violenza del “buonismo”

di Il vecchio pazzo | 12 Aprile 2015

La indulgenza produce insolvenze. La comprensione soluzioni. Poi, dalle insolvenze, dissonanze di rancori, abbandoni, contrasti. La giustificazione portata ad evasioni delle regole del contratto sociale (anche internazionale) esaspera conflitti e ribellismi. Agita le piazze e atteggiamenti individuali, non di dissenso ma di violenza. Apparentemente soddisfacendo esigenze le sacrifica ad un particolarismo oscurantista che nulla apporta alla definizione e evoluzione dello stato sociale nell’affrancamento dai bisogni. Le religioni sul valore del tempo lineare cadenzano presenze di perdoni e motivazioni salvifiche. Gli stati si contrastano su temi politici di esportazione/importazione di modelli: nulla valendo le stratificazioni ambientali e culturali dei popoli.

Un delirio.

Un delirio in cui il buonismo si erge a depositario delle “buone ragioni” morali; sacrificando, ogni conseguenza delle insolvenze, all’apparire “unto di carità” per una etica da stupore che concede speranza ad uso dei più deboli; con essa irretendoli e dettagliando minuziosamente tematiche e metodologie per un nuovo servaggio, a volte schiavismo, ancora, saccheggio.

La contemporaneità – e non già, ancora, quella post moderna- ha ammassi di “buonismo” su cui si fortificano i poteri. Dalla indulgenza verso il “bravo ragazzo” o la “piccola corruzione”; verso la spoliazione di territori o la immigrazione clandestina; verso la democraticizzazione obbligatoria o la deconflittualità culturale.

Il buonismo giustifica, piagnucola e piagnucolando scruta il vantaggio. Non interessano le morti e le disperazioni. Interessa compiangerle. Erigere monumenti di parole. Castelli di apparizioni per ottenere il timore e con il timore il consenso e con il consenso il dominio.

Escludendo la comprensione dei fenomeni per porvi solidalmente rimedio.

Non è questa la sinistra. Il buonismo non è sinistra. La sinistra è una regola di comportamenti austeri il cui fine è la tolleranza nella individualità e particolarità dei bisogni. È un progetto in divenire che assorbe, mescola, purifica le esigenze di un tempo circolare senza libertà preconfezionate e condizionate.

Ma la contemporaneità ha sconfitto la sinistra. Non la necessitazione della sinistra.

Pubblicato in : Editoriale

Info Il vecchio pazzo

Poeta, drammaturgo e pittore, presente già all’età di 28 anni in circa 30 strutture museografiche internazionali -dal Tel Aviv Museum al Miami Museum (così che, in una corrispondenza, I. Antonova, Direttore del Puschin Museum di Mosca, ebbe a scrivergli: “Maestro credo che le sue opere allarghino la nostra conoscenza dell’arte italiana moderna” e Paolo Ricci “…pittore colto che ha il pregio di non mostrare la sua cultura” ) -presentò la sua prima produzione ad olio (che seguiva quella del “segno” grafico) presso la Galleria “la barcaccia” di Napoli nel 1970. Dedicatosi ad una intensa attività politico-sociale ed alla ricerca di una espressione estetica adeguata a consolidare e rappresentare la personale condizione esistenziale, produce “a vomito”, e per periodi, sino al 2006, isolandosi dal mercato per non esserne contaminato.
Proteso alla costituzione di una fondazione, in funzione di questa si costituisce il “Comitato Fondazione Franchini” –cui aderisce, tra gli altri, Francesco De Martino (tra i maggiori storici contemporanei del diritto romano, già vice-Presidente del Consiglio e Segretario del PSI)-.
Teorico del movimento socialista, franchini ha fondato, tra gli altri, il circolo “il ‘99”, il “premio giornalistico Buccico”, il “centro studi di politica mediterranea”, e, attento osservatore dei problemi dell’immigrazione, sin dal 1981, la “FILI ’99” –primo tentativo di sindacato europeo della immigrazione legale. Ha firmato, tra l’altro, l’inno “I socialisti”, con la musica del M° Enzo Amato.

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