Chi deve assumersi la missione di salvare la televisione che, distratta e sonnacchiosa, si avvicina sempre più all’orlo del baratro? Sembra che non voglia ascoltare le voci e i segnali forti che tentano di richiamarla in sé, di bloccarla, di farle prendere coscienza. Niente, non si accorge di nulla, si ostina a percorrere la sua strada deserta di idee che la conduce a un solitario suicidio. Chi le dirà che la via sulla quale si è incamminata è sbagliata e che il pubblico corre in un’altra direzione? Va a cercare altrove l’informazione perché ha capito che sempre più spesso quella della televisione è taroccata, è alimentata dalle veline di Palazzo (non soubrette ma “note di servizio” giornalistiche di mussoliniana memoria) fatte proprie dai lacchè del potere.
Avete notato che non si dice più, per dare credibilità a un fatto, “l’ha detto la televisione!”? Non si dice perché la televisione non è veritiera. È diventata un grande circo dove si esibiscono, a tutte le ore, gli acrobati della parola, i filodrammatici della politica ipodotata, i gettonati opinionisti delle opinioni altrui, i voyeurs delle rappresentazioni di cronaca nera e del dolore, gli esperti di gossip che diffondono olezzo di futilità. Basta, non se ne può più! Ed è naturale che le persone fuggano da questo sterminio cerebrale. “È in atto un declino chiaro ed evidente dei mezzi cosiddetti generalisti. Più che dai numeri lo si vede da elementi qualitativi e da dimensioni di estraneità delle condotte giovanili. I giovani non sono più dentro il mercato televisivo” (Mario Morcellini, Lo stato della tv in Italia e il ruolo della Rai, seminario della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, 2009). “La cattiva televisione fa un male spaventoso ai giovani, molti dei quali non si accorgono neppure di sognare cose sbagliate. E rimangono intrappolati” (Vincenzo Cerami, Tv, società e costume, seminario della Commissione di vigilanza, 2010). In realtà i giovani (e non solo loro) se la danno a gambe, fuggono dall’imbarbarimento dello show system e dallo scollamento fra tv e realtà, e vanno a cercare le notizie altrove. Oggi gli strumenti di conoscenza, per fortuna, sono molteplici: indiscusso il ruolo di internet, dove l’informazione plurale e democratica si è rifugiata e ha chiesto asilo ai social network e, lì, è diventata interattiva e lancia appelli e chiamate alle coscienze civili. E così gli ex telespettatori ne subiscono la fascinazione, sono loro stessi portatori di notizie e ridiventano popolo, “il popolo di internet”, che sostiene con azioni di forte contagiosità decine di battaglie democratiche, figlie di un dissenso costruttivo.
La tendenza arriva dagli Stati Uniti (ma l’Italia ci mette del suo) dove, nell’ultimo anno, la televisione è scomparsa da un milione di case. È quindi in corso, anche se è ancora ai primi fuochi, quella che Andrew Grove ha definito, già una ventina di anni fa, “la guerra delle pupille”, tra televisione e internet.
Ma la Rai-servizio pubblico radiotelevisivo esiste ancora? In parte si è fatta espropriare del suo ruolo e in parte ha rinunciato. Debole e priva degli “aziendalisti dell’antico orgoglio Rai”, è stata facile vittima dell’arroganza del potere politico, che l’ha “privatizzata”, plasmandola alle esigenze di parte pur continuando a farla mantenere, con il canone, a tutti gli italiani, sia ai cittadini liberi che ai sudditi adoranti del cesarismo boro-charmant e zuzzurellone. Ma se si continua così “il giocattolo” si rompe e stiamo certi che i responsabili non pagheranno e che cocci e costi resteranno a noi.
Rai e Fininvest sono ferme al palo: non è un caso che in Italia sia stato realizzato da parte di un operatore internazionale un monopolio privato della tv via satellite, ormai difficilmente espugnabile, nonostante l’attacco sferratogli col digitale terrestre. Quando si rimane indietro con la tecnologia, si diventa terreno di conquista. Aspettiamo Murdoch o chi per esso anche per la web-tv, che sarà la tv del futuro? Oppure il sistema pubblico deve capeggiare e dirigere lo sforzo di rinnovamento tecnologico, diventare volano per l’industria culturale e dell’intrattenimento, attrarre risorse per la validità delle proprie strategie? Praticamente deve reinventarsi un ruolo. Lo deve fare senza buttar via quanto di buono ancora possiede. “Non di rado, in Rai, si è ripetuto il vizio di preferire gli ubbidienti ai capaci. Sono afflitto da tutto ciò che condiziona, e che limita, la consapevolezza e la libertà di chi ancora crede che lavorare alla Rai significa farlo anche per il nostro Paese” (Sergio Zavoli, Tv, società e costume, 2010).
A me piace confrontarmi su questi argomenti con Carlo Valentini, esperto di media, e concordiamo che è necessario restituire alla televisione l’energia che ha perduto. La politica deve ovviamente fare un passo indietro e lasciare che la Rai si aziendalizzi. Ma un servizio pubblico, anche se con meno politica, serve poco al Paese se non ha prospettive. Siamo all’ultimo appello, che significa urgenza di sfruttare l’innovazione di processo e di prodotto, di ritrovare una strategia di leadership del comparto non limitata al mercato interno, di sviluppare la capacità di attuare azioni in grado di realizzare economie di scala e di razionalizzare le risorse.
Sono utopie? Ma la vita senza utopie che vita è?
Giuseppe Marchetti Tricamo (Leggere tutti – Editoriale)

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