
Il giorno successivo a questa pseudo firma senza attori che, a detta di molti, sancirebbe la fine del conflitto mediorientale, è tempo di provare a cambiare la chiave di lettura della dinamica. Va detto con chiarezza che le guerre non si combattono solo con i fucili. Si combattono soprattutto con i soldi che tengono accese le polveriere, pagano milizie, comprano consenso, oliando i valichi e riempiendo i depositi. Se davvero sta nascendo una convergenza economica tra oriente e occidente, la funzionalità di un partito jihadista sanguinario smette di essere utile e diventa un freno. Gli investimenti esitano, le filiere si inceppano, i tavoli dove si costruiscono le sinergie di domani si raffreddano.
Una tregua è un respiro, non una guarigione. Se aprisse davvero la fase dello smantellamento di Hamas, prima militare e poi politico, la leva decisiva non sarebbe la retorica ma la cassa. Il movimento è cresciuto con tre rubinetti aperti: trasferimenti dall’estero, appoggi statali di terzi e un circuito di entrate locali fatto di tasse sui valichi, pedaggi, monopoli e rendite opache. Questo mix lo ha reso più robusto di quanto piaccia ammettere.
Intanto chi paga il conto sta cambiando agenda. I grandi paesi del Golfo non stanno finendo il petrolio, ma sanno che la rendita non è un lasciapassare eterno. Stanno spostando il baricentro verso industria, logistica, turismo e tecnologia. Meno avventure che bruciano reputazione e più progetti con ritorni misurabili. Molti Paesi arabi stanno comprendendo che è molto meglio avere Israele come amico e non più come un nemico ideologico o religioso da combattere. In questo contesto, finanziare gruppi armati costa sempre di più, non solo in termini morali ma anche sul piano diplomatico, legale e commerciale.
Si aggiunge la stretta delle regole. Dopo gli ultimi shock, i canali di finanziamento irregolari sono più sorvegliati. Fondazioni, intermediari, veicoli di investimento e scorciatoie digitali oggi espongono a rischi concreti. Ogni passaggio di denaro lascia tracce e chi lo facilita paga un premio di rischio crescente. Non è una rete perfetta, ma rende ogni dollaro più pesante.
Spegnere i soldi però non basta. Hamas ha imparato a sopravvivere anche con un’economia grigia domestica. Per ridurne davvero la capacità serve una mossa a tenaglia. Chiudere o condizionare con durezza i flussi esteri. Mettere ordine nei valichi e nelle rendite locali. Legare la ricostruzione a una governance verificabile, così che i fondi non tornino a nutrire la rendita di guerra. Senza questo impianto l’organizzazione si assottiglia ma non evapora.
L’Iran è il principale finanziatore di Hamas e di Hezbollah. Da qui si capisce perché ogni discussione sulla tregua, sulla sua durata e sul destino del movimento a Gaza passa prima di tutto per la cassa, non per i proclami. Su questo versante, Teheran, pur essendo lo sponsor principale, ha ormai compreso di non essere in grado di sostenere una guerra a lungo raggio. Può colpire per interposta milizia e con azioni episodiche, ma non dispone della profondità logistica, della proiezione aerea e navale, né della catena di comando, controllo e ricognizione necessarie a un conflitto prolungato oltre il proprio vicinato. Ogni passo fuori area costa di più, consuma risorse scarse e alza il rischio interno. Le recenti devastazioni subite per mano israeliana e americana hanno accentuato questa consapevolezza ai vertici, ridimensionando l’appetito e la portata di eventuali avventure fuori scala. La minaccia non sparisce, ma diventa più prudente e molto più sottodimensionata.
In sostanza la fine di Hamas può essere scritta dal portafoglio del mondo arabo solo se la stretta è coordinata e tenuta nel tempo e se al posto delle rendite del conflitto si costruiscono alternative economiche credibili. Una tregua senza questo impianto è manutenzione del problema. Con questo impianto il denaro smette di comprare missili e inizia a comprare tempo politico. Alla fine non parleranno i comunicati, parlerà il bilancio. Ai posteri l’ ardua sentenza.
Piero Terracina

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