
Per reindustrializzare anche la Toscana servono : un legame più forte tra scuola e università e il mondo del lavoro, formazione permanente, sostegno deciso all’innovazione tecnologica, sviluppo dei servizi e delle infrastrutture, a partire dalla nuova pista per l’aeroporto di Peretola e ad una gestione dei rifiuti che non penalizzi cittadini e imprese
Ringrazio l’amico Luciano Pallini per avermi invitato a partecipare al dibattito sulla reindustrializzazione della Toscana, dibattito che giudico quanto mai opportuno.
La reindustrializzazione dell’Europa, e della Toscana in particolare, visto che viviamo e lavoriamo qui, sarebbe un dovere etico/politico, economico, ambientale. Sarebbe, perché decenni di subcultura antiindustriale hanno lasciato un segno pesantissimo nella nostra società.
Se andiamo in una scuola e chiediamo agli allievi di disegnare una industria, temo che molti si esibirebbero nella rappresentazione di una ciminiera che sputa fumo nero, mentre un capitalista con la tuba accumula denaro e i lavoratori per quattro soldi si giocano la salute.
Questa subcultura condiziona la pubblica opinione e, di riflesso, le scelte politiche, visto che la politica rincorre i voleri dei cittadini per rimanere in sella, anche se si tratta spesso di voleri autolesionistici.
Quindi, per reindustrializzare la Toscana e l’Europa occorre in primo luogo combattere una battaglia politica ed emozionale, che faccia da contrappeso ai rottami ideologici che per pigrizia e opportunismo, e con nessuna visione strategica, continuano a dominare le scelte della collettività.
Occorre andare al di là dei numeri, che sono chiari per tutti, ma non persuadono ad agire: nemmeno l’evidenza della decadenza della nostra regione, sempre più lontana dalle regioni italiane che contano sul piano della produzione, dei servizi e del PIL, sembra smuovere il decisore politico.
Ho apprezzato numerosi interventi che hanno offerto dati statistici molto interessanti, pubblicati sul sito Solo Riformisti.
Eticamente ed economicamente, una società che abbandona l’industria si candida alla dipendenza dai voleri altrui. La cosiddetta “esternalizzazione” dell’industria, che ha delegato soprattutto alla Cina il compito di produrre, ci vede sempre più deboli nelle contrattazioni, e soggetti a divenire una colonia.
La Toscana oltretutto riesce a diventare colonia dei francesi nel campo dei trasporti, degli emiliani nel campo dei servizi pubblici, degli americani nel calcio e nella metalmeccanica, con incursioni sempre più pesanti nel settore immobiliare. Perché con meno produzione abbiamo meno soldi da investire: altri comprano i nostri gioielli di famiglia, e comprensibilmente li gestiranno a modo loro.
C’è poi un aspetto colpevolmente trascurato: quello ambientale.
Le nostre leggi e i nostri controlli sull’ambiente sono tra i migliori del mondo. Ma a chi non vuole fastidi intorno a casa non bastano, per cui l’allontanamento delle produzioni piace moltissimo: al primo problema, incidente, o altro, si fa chiudere una attività, dalla estrazione del gas al deposito di carburante, dal magazzino in costruzione al termovalorizzatore. Con quale risultato?
Che importiamo acciaio, persino pietra serena, per non parlare del gas e del petrolio, a costi ambientali molto più alti di quelli che avremmo avuto se la produzione fosse rimasta da noi.
Amici della Terra ha combattuto una battaglia durissima nel referendum sulle cosiddette trivelle, per salvaguardare la produzione di idrocarburi in Italia. Abbiamo perso (e ricordo che ben pochi si esposero assieme a noi) e di conseguenza abbiamo importato molto più gas prima dalla Russia, poi da altri paesi, con costi ambientali, economici e dipendenze politiche gravissimi.
Se riusciremo a impostare una battaglia culturale, potremo avere delle possibilità per rilanciare i provvedimenti necessari, e ben conosciuti, per reindustrializzare anche la Toscana: un legame più forte tra scuola e università e il mondo del lavoro, formazione permanente, sostegno deciso all’innovazione tecnologica, sviluppo dei servizi e delle infrastrutture, a partire dalla nuova pista per l’aeroporto di Peretola e ad una gestione dei rifiuti che non penalizzi cittadini e imprese.
Ritengo che un settore chiave, quale l’energia, potrebbe essere rilanciato con forza ed essere da traino per tutta la nostra regione, e non solo. Prevedere uno sfruttamento energetico di biomasse e rifiuti, con impianti al servizio delle comunità, affronterebbe tre problemi con una sola strategia: lo smaltimento dei rifiuti residui, una opportunità di sviluppo per le comunità della montagna, migliorando l’economia del bosco, l’abbattimento dei costi energetici e una maggiore autonomia energetica del sistema regionale.
Non ritengo una provocazione introdurre una riflessione sulla possibilità di ospitare un impianto nucleare in Toscana, magari avvalendoci della preziosa esperienza del centro ricerche ENEA del Brasimone.
Se la produzione è in sofferenza, l’intera società può collaborare a migliorare le condizioni per farla restare sul territorio.
Sarebbe il primo, forte segnale per rassicurare chi investe.
Sergio Gatteschi
(da “Solo Riformisti”)

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