
di Emiliano Guanella*
Una nuova campagna elettorale e il Brasile assiste ad nuovo capitolo della faida tra Lula e Bolsonaro. È partita la corsa per le presidenziali del 4 ottobre e ancora una volta tutto si riassume nella partita fra due estremi agli antipodi: da una parte c’è il presidente progressista che punta ad 81 anni ad un incredibile quarto mandato, dall’altra la destra classica riunita intorno al clan famigliare dei Bolsonaro; non c’è questa volta Jair Messias, che sconta agli arresti domiciliari la condanna per tentato colpo di Stato, ma il suo primogenito Flavio, senatore in carica desideroso di raccogliere tutti i voti anti-sinistra. Non c’è ricambio nel più grande Paese dell’America Latina: a contendersi il potere sono i soliti di sempre con gli outsider di centrodestra destinati a far da comparse, quotati con meno del 5% ciascuno, e quindi irrilevanti in una gara che si risolverà quasi sicuramente al secondo turno di ballottaggio tra i due big.
Lula ha lanciato la sua ennesima campagna laddove tutto è iniziato, nella periferia ex operaia di Sao Bernardo do Campo, il teatro dei primi scontri degli anni Ottanta tra i sindacati in forte ascesa e una dittatura militare agli sgoccioli. Erano altri tempi e altri erano i profili in campo, a San Paolo si respirava voglia di libertà, la sinistra non aveva paura di affrontare il regime, con quell’unione magica tra classe operaia e intellettuali, passando pure dal futebol, con il movimento della democrazia negli stadi guidato dal compianto Socrates. Oggi di fabbriche ce ne sono molto meno, il Brasile è un gigante in crisi, a salvare il PIL nazionale sono gli investimenti cinesi e le esportazioni di commodities agricole, in gran parte proprio verso l’Asia. Lula fa appello alla nostalgia, ma è chiaro che il suo Partito dei lavoratori conta molto meno rispetto a 50 anni fa, con una storia recente macchiata da scandali di corruzione, l’ostinazione di restare al potere ad ogni costo, compromessi e concessioni a destra e a manca. Lula governa a Brasilia e questo è un grande vantaggio perché può contare sulla macchina assistenzialista molto forte soprattutto negli stati popolosi del Nordest, regioni dove metà della popolazione dipende da impieghi pubblici o redditi di cittadinanza.
Tuttavia, in Parlamento la sinistra è minoritaria e per questo il governo di Lula è un conglomerato enorme di oltre 30 ministeri dominato dai veri padroni della politica brasiliana, quella mezza dozzina di partiti di centro che pendono sempre dove va il potere. Con oltre il 60% dei seggi, il “Centrão” domina l’agenda politica, i suoi deputati e senatori diventano rapidamente ricchi grazie alle “emendas”, i fondi speciali concessi proprio dal governo per i loro collegi, donazioni molto cospicue senza nessun tipo di controllo. Prebende con le quali il presidente di turno si assicura la maggioranza, non c’è da stupirsi se molti di questi partiti restano sempre in sella: sono stati alleati dei primi due governi di Lula (2002-2010), hanno continuato con la sua erede Dilma Rousseff fino a farla cadere, si sono buttarti nel 2022 nelle braccia di Bolsonaro senior e poi sono tornati a Lula. Non è un caso che non hanno presentato nessun candidato, lavorano sottotraccia per eleggere parlamentari e governatori e hanno già giurato fedeltà al Capo di Stato in carica non tanto per affinità politica ma perché non si fidano di Flavio Bolsonaro.
Il figlio dell’ex presidente, dal canto suo, fa appello al popolo della destra conservatrice che è ancora molto forte in Brasile. Ha deciso di iniziare la sua campagna con un comizio davanti alla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro. La città carioca è la roccaforte famigliare e dove si sentono di più le bandiere della lotta dura alla criminalità. I sondaggi dicono che i due principali contendenti se la vedranno nel secondo turno: Lula parte con una forbice media nei sondaggi di 36-40 % di intenzioni di voto, il suo avversario con una forchetta che va dal 33 al 36%, tutto si deciderà a fine ottobre. Sarà, secondo gli analisti, un’elezione segnata dal voto contro, con milioni di brasiliani che voteranno turandosi il naso per il meno peggio.
Il Brasile è l’ultimo grande paese sudamericano in mano alla sinistra, pur nella versione annacquata delle alleanze centriste di Lula. A tifare per la destra è il club dei presidenti conservatori, in cui spiccano l’argentino Milei, il colombiano De la Espriella e il cileno Kast, oltre naturalmente a Donald Trump, che ha iniziato una nuova battaglia a colpi di dazi contro l’amministrazione Lula. Gli assetti geopolitici della regione dipenderanno decisamente dal voto brasiliano.
Emiliano Guanella
*Istituto Ispi

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