Paolo Piccirillo unisce l’approccio cinico e disincantato dei giovani a una sensibilità da uomo maturo nel raccontare una storia violenta ambientata in una terra ingrata.
La scena iniziale è un pugno nello stomaco.
Una donna è prigioniera di una coppia di vecchi e il suo avanzato stato di gravidanza non è motivo di riguardo alcuno, perchè è tenuta in un recinto con gli animali e solo con uno stratagemma dettato dalla disperazione riesce a fuggire. Partorirà da sola nella notte sulla terra del Sacerdote, così la chiamano la terra nera e avara di Agapito, il vicino dei due vecchi, che prete non è più da quando è tornato dalla Germania.
A Stoccarda ci aveva passato anni quando era emigrato con l’amico Mariano e lì c’era una donna che piaceva a entrambi. Ma questa è storia del passato, una brutta storia, un altro pugno nello stomaco del lettore.
Ora c’è Flori, la donna che sulla terra di Agapito ha partorito un bambino morto, seppellito poi sotto l’albero di arance matte. La bionda ucraina, finita nel giro della compravendita di bambini, è una nuova opportunità per il Sacerdote.
Ci sono però tante cose da sistemare, c’è la terra nera che non dà frutti, c’è Amalia la moglie silenziosa del Sacerdote malata di cancro, che come la terra non ha dato frutti, c’è Maurizio Baffo di cane con la sua croce invisibile sulle spalle, e c’è un passato che pesa, riemergendo nei ricordi a condizionare il presente.
Intanto, mentre comincia a concepire un progetto, Agapito sistema la donna nel capanno degli attrezzi e dei sacchi di cemento, si prende cura di lei e lei accetta di ‘produrre’ un altro figlio, concepito col bellimbusto prezzolato dall’organizzazione. In fondo per lei schiava è solo un cambio di guardiano.
Da sistemare c’è anche la questione della terra, che qualcuno reclama e che non è detto che sia proprio del Sacerdote. La malavita infatti non scherza da queste parti, un sud senza legge e fuori controllo, e se c’è il rischio della perdita di un affare affonda i denti e non molla. Così la pensa Graziano, lo zoppo che tiene le redini dello sporco mercato di bambini e di organi. Agapito è costretto ad accettare le sue condizioni, e non può impedire che gli impongano altre ragazze e quattro scagnozzi armati, come dei cani da guardia.
L’atmosfera si fa cupa, i personaggi sono sgradevoli, il lettore è intrappolato nella vicenda aspra e rugosa come l’animo del vecchio Agapito. Nella ricerca di una via d’uscita qualcuno ci rimette la pelle e per sopravvivere ci vuole molta freddezza.
In questo buio ci sono sprazzi di luce – così è la vita anche nel peggiore dei casi – è il bisogno umano di avere una speranza, anche forzando il destino secondo la filosofia che “quel che non hai te lo devi prendere”. La terra diventa fertile come le povere schiave che ospita, a una moglie infelice e ignorata si può fare il regalo del riconoscimento, un errore del passato può essere affrontato, se non corretto.
Paolo Piccirillo unisce l’approccio cinico e disincantato dei giovani a una sensibilità da uomo maturo nel raccontare una storia violenta ambientata in una terra ingrata. Stupisce con questo romanzo crudo, sorprende anche la sua tecnica narrativa a strattoni, dove i piani temporali si confondono, con inserimenti onirici, con la presenza di forti odori e sapori sapientemente fusi con le gesta dei protagonisti e il loro dialetto.
Bravo Paolo Piccirillo, selezionato per la corsa al premio Strega 2014, non finalista ma meritevole di una segnalazione ai lettori più esigenti. Non perdetelo di vista.

Segnalo il nome del recensore, cioè il mio, Andreina Swich