A pochi mesi dalle elezioni regionali, in Campania, si fanno e si disfano iniziative. Che sarebbe meglio definirle “cose”, essendo addirittura arduo qualificarle idee, progetti, leadership, candidature et similia.
Quanti problemi irrisolti, ma un cuore grande così. Italia sì, Italia no … Fufafifi, fufafifi, Italia evviva … Italia sì, Italia no, scurcurrillu currillo. Italia sì: uè. Italia no, spereffere fellecche. Uè, uè, uè, uè, uè. Perchè la terra dei cachi è la terra dei cachi (dal brano La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese)
A cosa si sia ridotta la politica in Italia è cosa che sperimentiamo ormai quotidianamente. Considerandola a ragione una vera e propria arte, la politica che oggi sperimentiamo è la manifestazione di una sempre più raffinata ed incisiva arte dell’indecisione e quindi del rinvio. Gli esempi sono innumerevoli e pertanto non m’intratterrò qui a discutere di questo. Piuttosto, mi sembra un tantino più interessante tentare di capire perché ci siamo ridotti a questa sorta d’incapacità. Mediante un uso aggettivante riferito alla politica, i termini “ridotta” ed “incapacità” appaiono infatti estremamente significativi.
Termine soprattutto in uso nel gergo militare, la “ridotta” è una fortificazione di minore importanza edificata al fine di garantire un rifugio secondario a seguito di un attacco frontale o di una ritirata, tattica o strategica che sia. “Incapacità” è invece termine piuttosto generico, riferito a persone o cose che, in sé e per sé, non sono o sono divenute non più idonee e quindi non hanno più la capacità di determinare una soluzione. In Italia, accade così che il sistema, nel suo complesso sociale economico e politico, necessiti da più tempo di riforme strutturali che lo rendano in effetti competitivo, come dire un “nuovo” hardware per “nuovi” software.
Sempre in Italia, l’uso sostantivato degli aggettivi “vecchio” e “nuovo”, riferito ad una o più generazioni, in questi anni più recenti è stato il leitmotiv assunto alla guida del cambiamento, ripetiamo per l’ennesima volta, necessario. Ma, è evidente come tutto questo o meglio solo questo non sia bastato e non possa quindi bastare. Anzi, addirittura, potrebbe non essere servito e ancora non servire. Guardiamo, per esempio, a cosa succede in Campania e nel Pd. A pochi mesi dalle elezioni regionali, si fanno e si disfano iniziative. Che sarebbe meglio definirle “cose”, essendo addirittura arduo qualificarle idee, progetti, leadership, candidature et similia. Si tratta, ripeto, di cose o iniziative che, aggettivandole, potremmo tutt’al più definirle autoreferenziali. Laddove, come per l’uso di termini qui già evidenziati, l’aggettivo può correttamente essere assunto in forma sostantivata.
Il tema, innanzitutto è: primarie sì, primarie no. Accade infatti che Il partito (n.d.r.: con la p minuscola, avendo qui personalmente in odio la maiuscola) delle primarie s’interroghi sull’“opportunità politica” prima di indirle e poi conseguentemente – ma non è affatto scontato che lo sia perché in politica, per ironia della sorte e contrariamente a quanto si crede, le cose spesso cambiano – di svolgerle. A pro di chi o di cosa? Dell’elettorato e quindi dei cittadini? Dei candidati, che aspirino legittimamente a rappresentarli? Oppure, le primarie sarebbero e sono piuttosto uno strumento inutile o perfino dannoso, che complica o peggio ancora impedisce una risoluzionedemocratica delle cose?
E nel frattempo, come direbbe un artista del calcio che anche fu, il tempo passa nell’incertezza di trovare una soluzione, quale che sia; mentre, nell’ambito dell’opposto schieramento, il candidato in pectore, Stefano Caldoro, stringe accordi ed alleanze e, mi sia permesso di dire maliziosamente, riceve anche il sostegno economico, con le più recenti iniziative ad interesse locale, del governo nazionale.
Sempre nel Pd – e non è affatto una questione personalistica, ma potrebbe essere ancora autoreferenziale (!) -, qualcuno provi a spiegare perché, ad esempio, da oltre vent’anni e ancora oggi l’attuale sindaco di Salerno mette e dismette i panni del partito di cui è stato ed è dirigente nazionale, appoggia e rinnega i suoi stessi rappresentanti nazionali, fugge in avanti e continua a rientrarvi nei ranghi, evidentemente in base a presunti e “nuovi” accordi stipulati all’interno del partito, all’apparenza sempre uguale a se stesso. Ma, e qui sta davvero il classico nodo gordiano, senza pur sempre la partecipazione effettiva degli iscritti; e non dico degli elettori, nel caso si decida che le primarie non debbano più svolgersi perché all’interno del partito si è magari raggiunto l’accordo di tutte o quasi le cosiddette componenti. Come, ad esempio, accaduto ieri l’altro per la formazione della “nuova” segreteria nazionale.
In fine, e logicamente non a caso, ritorna dunque l’uso del termine “nuovo”. Non uno tra tanti, Antonio Gramsci avrebbe forse anche qui ripetuto che “una generazione vitale e forte che si propone di affermarsi tende a sopravvalutare la generazione precedente, perché è la propria energia che le dà la sicurezza che andrà oltre”. In Italia, è accaduto e accade ancora sempre più spesso che la nuova generazione sia quella dei figli, dei nipoti o di quanti altri hanno comunque stretti legami di parentela o d’interesse con la generazione precedente. A fare attenzione, si scopre che è essenzialmente questo il motivo per il quale le iniziative o le cose del Pd in Campania, a tutt’oggi, appaiano solo autoreferenziali. Dobbiamo sperare ancora che non sia così, ma quel che è certo è che si sta facendo di tutto per far quanto meno credere che sia così.

Lascia un commento