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La stella di Trump si sta offuscando?

Mercoledì 4 giugno, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente in Iran grazie al voto di quattro repubblicani che hanno votato insieme a tutti i democratici. Formalmente, la misura è simbolica. Il Senato ha finora bloccato ogni tentativo analogo, e anche se lo approvasse, Trump apporrebbe il veto senza esitare. Ma il valore politico è tutt’altro che trascurabile. La guerra con l’Iran dura da tre mesi, e nonostante gli annunci del presidente, l’accordo che dovrebbe sostituire un cessate il fuoco precario non si vede, mentre i costi del conflitto si vedono ogni giorno alla pompa di benzina e al supermercato. “La gente è stanca. Sono stanchi di pagare 5 dollari al gallone la benzina e 6 il diesel, e dei fertilizzanti per i campi che non riusciamo a permetterci” ha dichiarato Thomas Massie, deputato del Kentucky, uno dei quattro ‘dissidenti’ al Congresso.

di Alessia De Luca | 6 Giugno 2026

Mercoledì 4 giugno, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente in Iran grazie al voto di quattro repubblicani che hanno votato insieme a tutti i democratici. Formalmente, la misura è simbolica. Il Senato ha finora bloccato ogni tentativo analogo, e anche se lo approvasse, Trump apporrebbe il veto senza esitare. Ma il valore politico è tutt’altro che trascurabile. La guerra con l’Iran dura da tre mesi, e nonostante gli annunci del presidente, l’accordo che dovrebbe sostituire un cessate il fuoco precario non si vede, mentre i costi del conflitto si vedono ogni giorno alla pompa di benzina e al supermercato. “La gente è stanca. Sono stanchi di pagare 5 dollari al gallone la benzina e 6 il diesel, e dei fertilizzanti per i campi che non riusciamo a permetterci” ha dichiarato Thomas Massie, deputato del Kentucky, uno dei quattro ‘dissidenti’ al Congresso. Trump ha risposto con un post al vetriolo su Truth Social, accusandoli di aver compiuto un gesto “antipatriottico”. Ma la vicenda costituisce il segnale più evidente di “un’aura di onnipotenza che pare ridimensionarsi” osserva il Financial Times. Prima la Corte Suprema aveva demolito l’impianto dei dazi, poi un secondo tribunale ha annullato la tariffa universale al 10% con cui Trump aveva tentato di aggirare la sentenza. Gli indici di gradimento del presidente sono al minimo storico e il rischio di perdere il controllo della Camera a novembre è ora accompagnato da quello di perdere anche il Senato. Sullo sfondo, resta la questione della salute di Trump che compirà ottant’anni settimana prossima. Anche se nessuno di questi fronti, preso singolarmente, sarebbe fatale, insieme, disegnano il profilo di un comandante in capo che fatica a governare e sempre più a convincere, anche dentro il suo partito. La stella di Trump insomma non è tramontata. Ma dall’inizio del secondo mandato non ha mai brillato così poco.

Finita la luna di miele?

Dai tribunali al Congresso, le istituzioni americane hanno già inflitto duri colpi a Trump: un giudice ha ordinato la rimozione del suo nome dal Kennedy Center, e il Senato, a maggioranza repubblicana, ha tagliato i fondi per la sua sontuosa nuova sala da ballo alla Casa Bianca. Il presidente è stato successivamente costretto anche ad abbandonare il suo piano per un fondo da 1,8 miliardi di dollari per risarcire le persone che ritenevano di aver subito un torto dal sistema giudiziario, dopo che il progetto era stato duramente criticato e definito un ‘fondo nero’ per i suoi sostenitori e alleati. Le sconfitte su alcune delle iniziative cardine di Trump sono arrivate mentre il suo indice di gradimento è in netto calo, e i sondaggi indicano una perdita di fiducia degli americani nella sua gestione dell’economia e degli affari internazionali. In questo senso, il sondaggio Marquette Law School di fine maggio è impietoso: solo il 7% dei democratici e il 17 degli indipendenti approva l’operato di Trump. Tra i repubblicani non allineati con il movimento MAGA, appena un terzo esprime un giudizio positivo. I temi che più pesano sul giudizio degli elettori sono inflazione e costo della vita, benzina, dazi, economia. Per la prima volta da gennaio, più americani considerano i democratici più affidabili dei repubblicani su temi centrali nella campagna per le midterm.

Una frattura silenziosa?

Queste crepe riflettono principalmente l’esitazione degli elettori di fronte alla gestione imprevedibile di Donald Trump su praticamente ogni questione, dall’economia alla guerra, dall’erosione del potere d’acquisto ai conflitti di interesse che stanno diventando sempre più evidenti. Lo ‘stile’ del presidente in questo senso non aiuta: post compulsivi nel cuore della notte, informazioni contraddittorie, ultimatum puntualmente rinviati, minacce di “obliterare un’intera civiltà” e aggressioni verbali che non hanno risparmiato neppure il Vaticano. Non stupisce che alcuni repubblicani temano le conseguenze alle urne e si stiano allontanando da lui. Ciononostante, il presidente conserva il suo ascendente sui suoi elettori di riferimento: i candidati da lui appoggiati generalmente vincono le primarie repubblicane che precedono le elezioni di metà mandato. Non a caso Thomas Massie, prima di cambiare schieramento e votare con i democratici al Congresso, aveva perso le primarie contro un fedelissimo di Trump e quindi non farà parte della prossima legislatura. Quel voto, però, è anche il segnale di qualcosa di più profondo: dentro il Partito Repubblicano si va delineando una frattura silenziosa tra chi resta ancorato alla disciplina trumpiana e chi, soppesando i rischi elettorali, comincia a interrogarsi su fino a dove sia possibile seguire il presidente.

Un altro presidente in declino?

Intanto Trump si prepara a festeggiare il suo ottantesimo compleanno (14 giugno) alla fine del mese, con un incontro di arti marziali miste alla Casa Bianca. Ma anche se il suo medico personale lo ha dichiarato in “ottima salute”, e pienamente in grado di svolgere le proprie funzioni, episodi come le ripetute confusioni tra Islanda e Groenlandia, i lividi visibili alle mani, i momenti di assenza durante gli eventi pubblici continuano ad alimentare i dubbi. Il paragone con il suo predecessore è sempre più insistente. Come osserva The Atlantic, Joe Biden e Trump condividono il primato di essere i presidenti più anziani della storia americana all’inizio del loro mandato, ma con una differenza cruciale nel modo in cui il loro declino viene percepito e raccontato. Man mano che Biden invecchiava, dimagriva, la voce si affievoliva, l’agenda pubblica si rarefaceva. Trump, al contrario, compensa con una struttura fisica imponente e onnipresenza mediatica. Eppure, nota la rivista, i segnali ci sono. Trump sembra “una versione più pura e meno filtrata di se stesso”, con disinibizioni sempre più marcate nei discorsi pubblici e nei post notturni. La differenza rispetto a Biden non è nell’entità del declino, ma nella sua visibilità e nella disponibilità dell’entourage presidenziale, come già avvenne per Biden, di proteggere il presidente dalle domande scomode. Paul Krugman ha sintetizzato la fase attuale con una formula lapidaria: “Abbiamo un presidente che ha smesso di governare – scrive l’economista premio Nobel – ma manterrà la presa sul potere dovunque può. E quel potere sarà esclusivamente incanalato in rabbia e vendetta”.

Il commento

Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“Sono poche, ma politicamente significative, le defezioni repubblicane al Congresso. Perché sufficienti a rovesciare maggioranze assai esili, soprattutto alla Camera. Perché permettono di bloccare provvedimenti problematici, se non sconcertanti, come l’istituzione di un fondo di quasi 2 miliardi di dollari per risarcire le vittime di una presunta giustizia politica, inclusi gli assalitori del 6 gennaio poi graziati da Trump. Perché, infine, segnala la crescente impopolarità del Presidente, certificata da diversi sondaggi, soprattutto su questioni chiave come l’inflazione o la guerra con l’Iran. Impopolarità, questa, che spinge diversi repubblicani, soprattutto quelli impegnati in collegi elettorali difficili, a prendere per la prima volta le distanze da Trump”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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