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La stagione delle Convention è stata breve ma intensa

Gli antagonismi non sono riusciti a mettere del tutto nel cassetto i programmi, le promesse, le intenzioni. Nei primi due Hillary si è dimostrata più accorta, generosa, strategicamente astuta.

di Alberto Pasolini Zanelli | 1 Agosto 2016

La stagione delle Convention è stata breve ma intensa, contrassegnata soprattutto da un massiccio intervento degli uni in quella che doveva essere una cosa degli altri. I repubblicani da Cleveland hanno dedicato i due terzi del loro tempo a parlare e sparlare dei democratici; che hanno risposto da Filadelfia dedicando ai repubblicani quasi interamente il tempo riservato a un vero discorso politico, cercando di presentarsi come eredi, oltre che della propria antica tradizione, anche di posizioni del partito concorrente. Hanno chiuso le loro assise come le avevano aperte: sparando a raffica su Donald Trump e ricoprendo di elogi affettuosi Hillary Clinton. In questo hanno stravinto: nessun oratore favorevole a Trump è riuscito, anzi neppure ha tentato di addolcire la sua figura con dello sciroppo familiare. Sarebbe stato difficile competere con Hillary che ha definito se stessa “figlia di una madre e madre di una figlia” nel tentativo di far venire i lucciconi a elettrici non giovanissime.

Ma gli antagonismi non sono riusciti a mettere del tutto nel cassetto i programmi, le promesse, le intenzioni. Nei primi due Hillary si è dimostrata più accorta, generosa, strategicamente astuta. Ha fatto sue gran parte delle proposte “socialiste” del suo ex rivale Sanders, compresa l’abolizione della pena di morte: promessa che, visto l’umore degli americani, non potrà mantenere mai.

Il contrasto più forte, sonoro, impellente che è emerso dalle due Convenzioni è quello sulla politica estera. Non è solo fra i due modi di porgere anche se tali possono essere state le prime impressioni degli ascoltatori, destinatari delle “sparate” di Trump, tutte intuizione e scarso controllo dei dati, costruite meno sulle soluzioni proposte che sulla ossessiva ripetizione della parola “Io”, sia nella voce, sia nella ricaduta nello scritto; in confronto alla puntualità puntigliosa della Clinton, al suo linguaggio in apparenza perfino diplomatico ma punteggiato anche di petulanti sorrisi. Dal confronto è uscita netta la contrapposizione; fra un dilettante a volte roboante e molto sicuro dei propri istinti, immerso nel presente senza mediazioni e una professionista carica di esperienza e di dettagliata conoscenza di come va il mondo. Quello di ieri. Se mai vi fosse fra le due concezioni una improbabile ipotesi di mediazione essa non verrebbe mai in questo campo. Donald legge i giornali, ascolta le notizie, condivide le pulsazioni del cittadino americano medio, Hillary legge i memoriali e soprattutto, a quanto pare, rilegge quello che ha scritto quando era, in varie vesti, nelle stanze del potere, da moglie del presidente, a senatore di New York, a ministro degli Esteri. Le sue proposte sono coerenti, addirittura immutabili, come se questo secolo riproponesse pari pari problemi e soluzioni del secolo scorso. Ad ascoltare Hillary Clinton pare che la Guerra Fredda non sia mai finita, che l’Estremo Oriente sia una terra lontana e semiesplorata; che a Mosca ci sia ancora al potere il comunismo, che il Muro di Berlino non sia mai caduto e che nel mondo arabo islamico non sia mai scoppiata la rivoluzione le cui gesta ci aggrediscono ogni volta che gettiamo uno sguardo su un giornale o su uno schermo televisivo. La candidata democratica alla presidenza 2017 non ha mai pronunciato, nel suo discorso programmatico, le parole che definiscono l’Isis. L’impressione è addirittura che lei ne prescinda e non è esatto. Più probabile è che non sia disposta a rinunciare a problemi e soluzioni che la affascinavano e potevano essere attuali prima che il mondo cambiasse. Hillary candidata non se la sente di mettere nel cassetto la sua passione per la Primavera Araba, inclusa perfino la Siria.

In Europa versione Hillary Clinton il problema centrale, il pericolo urgente è ancora l’Unione Sovietica, che avrebbe cambiato soltanto nome e un Putin che se non è un erede di Stalin poco ci manca, mentre invece è un nazionalista russo di pochi scrupoli. Che si è ripreso con le brutte la Crimea (che è più russa che ucraina) e pare abbia perfino “rubato” le carte segrete del Partito democratico. Ma che è anche in prima fila nella resistenza al jihadismo islamico e preferisce Assad all’Isis, anche perché ha più musulmani in casa la Russia di qualsiasi altro Paese europeo. Con un’Amministrazione Clinton le tensioni fra Washington e Mosca dovrebbero dunque acuirsi, a vantaggio, in un certo senso, della Nato, che è stata l’Alleanza di massimo successo nella storia del mondo impostata come era nell’affrontare l’impero comunista dell’Est, dalla Grecia a Berlino e che da più di vent’anni “soffre” dell’eclissi del suo Nemico ed è alla ricerca di un nuovo ruolo che potrebbe essere anche più esteso e planetario ma comunque diverso. Hillary, simile in questo all’establishment repubblicano, sventola la bandiera dell’Alleanza atlantica, le riconosce un primato planetario, non condivide la visione di Obama di un futuro che si decida fra l’Asia e il Pacifico. Ha idee chiare, tenaci. Il futuro dirà se giuste o troppo chiuse.

Pubblicato in : Primo pianoTag: comunismo, discorso, europa, futuro, giornali, grecia, hillary clinton, mondo, nato, obama, partito democratico, putin, secolo scorso, senatore, siria

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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