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La stabilità è ormai legge

di Roberto Riviello | 28 Ottobre 2013

Come nella storia della letteratura e della filosofia, al Simbolismo si è opposto con fermezza il Realismo, così ai ministri  del governo di larghe e simboliche intese  hanno duramente replicato i materialisti, amanti del vero e della sostanza o, se preferite, della ciccia.

LEGGE-DI-STABILITÀSulla legge di stabilità, pronta per essere sottoposta alla discussione e a probabili  mutazioni genetiche in  Parlamento, si è aperta una querelle che ha l’apparenza delle solite chiacchiere da tifoserie pro o contro, ma in realtà ha un’origine ben più nobile che attraversa la cultura del Novecento. Il dibattito, dunque, è filosofico, anche se non sembra.

Da una parte i  difensori, Letta innanzi tutti e a seguire il suo vice Alfano (chissà se mai ce la farà a giocare almeno una volta in vita sua da capitano), nonché il ministro Quagliariello, storico  del gaullismo e neo-picconatore del berlusconismo, teorizzano il valore simbolico della suddetta legge: il cuneo fiscale è stato appena limato, la riduzione delle tasse solo sfiorata, la busta paga giusto un tantino rimpinguata, ebbene pazienza, ciò che conta è il messaggio. Perché  più della sostanza, vale il significato, il simbolo appunto che allude ad un futuro già iniziato, così si spera, in cui la fiscalità finalmente addomesticata non abbia più a crescere, ché questa sì sarebbe davvero la decrescita felice.

Insomma, a sentire parlar loro ritorna in mente il Baudelaire di Correspondances ( “E’ un tempio la Natura… la attraversa l’uomo, tra foreste di simboli dagli occhi familiari”) che così dette il via alla corrente poetica più travolgente nella storia della modernità: il Simbolismo. E da lì fu tutto un rincorrere, nella vita e nell’arte che ne diventò il modello, le metafore più ricercate, i suoni più  evocativi, i cibi più esotici, i vestiti più fashion, i profumi più raffinati. Nacquero i cultori dell’ estetismo e degli amori travolgenti, le vacanze in Versilia, la moda dei ninnoli cinesi e degli agili levrieri, il Piacere come romanzo cult e la bellezza della laguna veneta come tragica ossessione. Praticamente la belle époque, che della realtà fece una montagna incantata, un mistero continuo da decifrare, Agatha Christie anche lei poi ci mise del suo, e  quando  il cinema  inventò gli effetti speciali e mostrò il viaggio sulla luna mezzo secolo prima della NASA, allora si scatenò il delirio.

Non che ci sia grande rassomiglianza tra  Letta o  Alfano e i dandy  dei primi del secolo scorso, è vero. Più che l’ estetica dannunziana, Enrico segue quella degasperiana  rivisitata in chiave bocconiana, ed Angelino del superuomo nietzschiano ha soltanto la dentatura ed il sorriso virile.  Ciò nonostante, essi sono sostenitori della bontà dei simboli, della forza che il messaggio allusivo contenuto nella legge di stabilità  dovrebbe  riverberare sull’ economia italiana e persino sulla salute della finanza pubblica, nonché sulla fiducia dei consumatori e, dulcis in fundo, sulla possibile ripresa, che a sentir loro è dietro l’ angolo.

Ma, come nella storia della letteratura e della filosofia, al Simbolismo si è opposto con fermezza il Realismo, così ai ministri  del governo di larghe e simboliche intese hanno duramente replicato i materialisti, amanti del vero e della sostanza o, se preferite, della ciccia: anche se distanti come la terra dal sole e diversi come il giorno dalla  notte, questa volta lo Squinzi confindustriale e la Camusso vetero-sindacale, nonché i due fratellini di Cisl e Uil, si sono trovati felicemente accomunati nel lanciare un solo grido d’ accusa. Che ce ne frega a noi dei messaggini, i simboli, i segnali e tutta ‘sta roba qua, noi vogliamo i risultati, get back to reality, la bustapaga veramente  più pesante, 14 euro al mese non ci fanno un baffo e, se il lavoro continuerà a costare come i vestitini di Prada o le borse di Ferragamo, le imprese italiane sono tutte destinate alla morte per asfissia o alla svendita per  gli stranieri facoltosi. Sicché, cari Letta-Alfano, dicono i realisti, incartate i vostri  paroloni da talk show della prima serata e ficcateveli in tasca: noi si sciopera.

A volte anche il Realismo, diciamo la verità, riserva qualche opacità e solleva qualche ragionevole dubbio, per esempio: sciopera anche la Confindustria? Perché questo resta ancora da chiarire, ovvero chi sia la parte e chi la controparte dello sciopero annunciato da tali larghissime intese. Ed ecco che allora viene spontaneo domandarsi: ma tutte queste  metafore, simboli,  proclami, proteste, mosse e  contromosse degli uni e degli altri quanto bene faranno all’ Italia?

Pubblicato in : Editoriale

Info Roberto Riviello

Insegnante, si è laureato in Filosofia nell’Università di Firenze nel 1978, risiede nel Valdarno fiorentino. Commenta la politica italiana su Pensalibero.it e scrive racconti per radio poi diventati sceneggiati e testi teatrali messi in scena come regista. Ha al suo attivo anche un film sulla vita di un grande poeta toscano poi finito in manicomio. Trascorre il suo tempo libero passeggiando in campagna. È appassionato di storia, arte e cucina.

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