Come nella storia della letteratura e della filosofia, al Simbolismo si è opposto con fermezza il Realismo, così ai ministri del governo di larghe e simboliche intese hanno duramente replicato i materialisti, amanti del vero e della sostanza o, se preferite, della ciccia.

Da una parte i difensori, Letta innanzi tutti e a seguire il suo vice Alfano (chissà se mai ce la farà a giocare almeno una volta in vita sua da capitano), nonché il ministro Quagliariello, storico del gaullismo e neo-picconatore del berlusconismo, teorizzano il valore simbolico della suddetta legge: il cuneo fiscale è stato appena limato, la riduzione delle tasse solo sfiorata, la busta paga giusto un tantino rimpinguata, ebbene pazienza, ciò che conta è il messaggio. Perché più della sostanza, vale il significato, il simbolo appunto che allude ad un futuro già iniziato, così si spera, in cui la fiscalità finalmente addomesticata non abbia più a crescere, ché questa sì sarebbe davvero la decrescita felice.
Insomma, a sentire parlar loro ritorna in mente il Baudelaire di Correspondances ( “E’ un tempio la Natura… la attraversa l’uomo, tra foreste di simboli dagli occhi familiari”) che così dette il via alla corrente poetica più travolgente nella storia della modernità: il Simbolismo. E da lì fu tutto un rincorrere, nella vita e nell’arte che ne diventò il modello, le metafore più ricercate, i suoni più evocativi, i cibi più esotici, i vestiti più fashion, i profumi più raffinati. Nacquero i cultori dell’ estetismo e degli amori travolgenti, le vacanze in Versilia, la moda dei ninnoli cinesi e degli agili levrieri, il Piacere come romanzo cult e la bellezza della laguna veneta come tragica ossessione. Praticamente la belle époque, che della realtà fece una montagna incantata, un mistero continuo da decifrare, Agatha Christie anche lei poi ci mise del suo, e quando il cinema inventò gli effetti speciali e mostrò il viaggio sulla luna mezzo secolo prima della NASA, allora si scatenò il delirio.
Non che ci sia grande rassomiglianza tra Letta o Alfano e i dandy dei primi del secolo scorso, è vero. Più che l’ estetica dannunziana, Enrico segue quella degasperiana rivisitata in chiave bocconiana, ed Angelino del superuomo nietzschiano ha soltanto la dentatura ed il sorriso virile. Ciò nonostante, essi sono sostenitori della bontà dei simboli, della forza che il messaggio allusivo contenuto nella legge di stabilità dovrebbe riverberare sull’ economia italiana e persino sulla salute della finanza pubblica, nonché sulla fiducia dei consumatori e, dulcis in fundo, sulla possibile ripresa, che a sentir loro è dietro l’ angolo.
Ma, come nella storia della letteratura e della filosofia, al Simbolismo si è opposto con fermezza il Realismo, così ai ministri del governo di larghe e simboliche intese hanno duramente replicato i materialisti, amanti del vero e della sostanza o, se preferite, della ciccia: anche se distanti come la terra dal sole e diversi come il giorno dalla notte, questa volta lo Squinzi confindustriale e la Camusso vetero-sindacale, nonché i due fratellini di Cisl e Uil, si sono trovati felicemente accomunati nel lanciare un solo grido d’ accusa. Che ce ne frega a noi dei messaggini, i simboli, i segnali e tutta ‘sta roba qua, noi vogliamo i risultati, get back to reality, la bustapaga veramente più pesante, 14 euro al mese non ci fanno un baffo e, se il lavoro continuerà a costare come i vestitini di Prada o le borse di Ferragamo, le imprese italiane sono tutte destinate alla morte per asfissia o alla svendita per gli stranieri facoltosi. Sicché, cari Letta-Alfano, dicono i realisti, incartate i vostri paroloni da talk show della prima serata e ficcateveli in tasca: noi si sciopera.
A volte anche il Realismo, diciamo la verità, riserva qualche opacità e solleva qualche ragionevole dubbio, per esempio: sciopera anche la Confindustria? Perché questo resta ancora da chiarire, ovvero chi sia la parte e chi la controparte dello sciopero annunciato da tali larghissime intese. Ed ecco che allora viene spontaneo domandarsi: ma tutte queste metafore, simboli, proclami, proteste, mosse e contromosse degli uni e degli altri quanto bene faranno all’ Italia?

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