
Da convinti sostenitori di un riformismo basato sul diritto internazionale e sulla cooperazione globale, riteniamo impossibile ignorare la complessa e spregiudicata condotta diplomatica della Turchia contemporanea. La nazione erede del patrimonio ottomano sta portando avanti un’agenda geopolitica fortemente mutevole, capace di destabilizzare gli equilibri dei paesi confinanti e di incrinare la compattezza dei blocchi occidentali. Il fulcro di questa strategia risiede in una calcolata ambiguità. Ankara si muove abilmente su diversi fronti, bilanciando i doveri derivanti dalla sua storica adesione alla NATO con relazioni commerciali e politiche sempre più strette con il Cremlino. Questa fluidità non riflette una genuina ricerca di neutralità o pace, ma un mero calcolo di convenienza per espandere il proprio peso regionale. Gli esempi sono evidenti: dalla gestione opportunistica dei corridoi economici nel conflitto ucraino. Questo approccio muscolare si traduce in una postura aggressiva e neo-imperiale verso le nazioni limitrofe. Sul versante del Mediterraneo orientale, le costanti provocazioni territoriali e le pretese marittime ai danni di Grecia e Cipro violano apertamente i trattati e minano i presupposti della convivenza pacifica. Parallelamente, le operazioni belliche condotte in Siria e nel nord dell’Iraq colpiscono duramente le comunità curde, proprio quelle forze sul campo che hanno offerto il contributo più pesante nella sconfitta del fondamentalismo dello Stato Islamico. Per la cultura progressista e riformista, l’autorevolezza di uno Stato si misura sul rispetto dei diritti umani, sulla trasparenza delle alleanze e sulla fedeltà agli accordi internazionali, non sulla capacità della forza militare. L’odierno assetto turco sta anteponendo un nazionalismo identitario e sovranista ai principi del multilateralismo. È necessario che le istituzioni europee superino le attuali titubanze diplomatiche per esigere da Ankara una chiara assunzione di responsabilità: la sicurezza del Mediterraneo non può rimanere ostaggio di una politica estera priva di baricentro .
Raffaele Amendola

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