• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

La sostituzione agli esteri del diafano Alfano

Di sicuro gli Esteri non possono rimanere come sono. Non è un problema di coalizioni, di partiti. E’ una questione di Stato, cioè di serietà.

di Aldo A. Mola | 11 Febbraio 2018

Tra i molti e seri problemi incombenti, l’Italia ne ha uno davvero grave e assillante, anche se generalmente eluso: l’“evanescenza” del titolare del ministero degli Esteri, Angelino Alfano. Ogni Stato si fonda sul suo Capo (monarca o presidente che sia) e su due pilastri portanti: la politica estera e le forze armate, che ne costituiscono la proiezione, difensiva o, quando necessario, offensiva. La condizione attuale dell’Italia è nuova e paradossale. Il 6 dicembre 2017, ormai due mesi orsono, Alfano annunciò che non si sarebbe candidato alle prossime elezioni. Aggiunse che “si può fare politica anche fuori dal palazzo”. Verissimo. A (o dal) Palazzo si possono fare molte cose. Alcune strane, come il “sequestro” di Alma Shalabayeva.  Questione ancora aperta, avvenne quando Alfano era ministro dell’Interno. A (o dal) Palazzo si può non sapere che parenti stretti assumono impieghi e cariche ben remunerate. E talora a (o dal) Palazzo accade di trascurare, per stanchezza, delusione o distrazione, gli obblighi elementari del Ministero.

In Italia gli Esteri hanno avuto un profilo oggettivamente minore dalla Guerra Fredda alla dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (Urss), quasi trent’anni addietro. Inserita nella Nato (per iniziativa di Randolfo Pacciardi, apprezzato anche da Vittorio Emanuele III, ancor più che di Alcide De Gasperi, sensibile all’antiamericanismo di ambienti della Curia romana) e col problema interno non indifferente di un partito comunista che agognava l’arrivo dell’Armata Rossa (e votò a favore dei carri armati a Budapest nel 1956: lo fece anche Giorgio Napolitano), l’Italia recuperò quanto possibile la missione storica assegnatagli dalla geopolitica. Per esempio Enrico Mattei (studiato a fondo da Nico Perrone) aveva alle spalle Vittorio Emanuele II, che conferì il Collare della Santissima Annunziata a Mirza Hussein, ministro degli Affari Esteri dello scià di Persia, a Mehemed-Tewfik, poi Kedivè d’Egitto, e a Youssouf Izzedin, principe di Turchia. Altrettanto fecero Umberto I e Vittorio Emanuele III. La politica di Roma verso l’Oriente (dal Vicino all’Estremo) non è una scoperta recente. Nel 1900 l’Italia partecipò alla spedizione delle Sette Potenze per annientare la rivolta dei boxer in Cina e ne trasse la concessione di Tien-Tsin: poco, ma meglio di niente. Non era “Italietta”, bensì un Paese vigile sullo scenario di lì a poco segnato dalla guerra russo-giapponese (1905), che ebbe epicentro nell’assedio di Port-Arthur, in Corea, terra  da secoli teatro di conflitti nippo-cinesi. La politica estera di Gaetano Martino (verso l’Europa carolingia), di Aldo Moro, Giulio Andreotti e di Bettino Craxi (dai Luoghi Santi alla Cina) sono segmenti di una linea che arriva dalle origini stesse della Nuova Italia: un Paese unificato da una dirigenza che aveva chiara la marginalità e il fallimento storico degli staterelli (Ducati padani, Granducato di Toscana, Legazioni pontificie), dello Stato della Chiesa e del regno delle Due Sicilie. Con buona pace dei professionisti del neoborbonismo e dei loro fatui caudatari, quest’ultimo non aveva colto la portata epocale dell’apertura del Canale di Suez, delle ferrovie e del passaggio dalle navi a vela (in cui primeggiava) a quelle a vapore. Il Regno di Sardegna stravinse e guidò l’unificazione non per protervia dei generali sabaudi (inclusi quelli non piemontesi: è il caso di Enrico Cialdini, il Generale di ferro, ottimamente biografato da Roberto Vaccari (ed. Elis Colombini) ma per la lungimiranza di Carlo Alberto di Savoia (che aprì sedi diplomatiche nei luoghi più remoti) e del Padre della Patria, che ne continuò e rafforzò la visione extraeuropea della Terza Italia.

In età monarchica la politica estera italiana ebbe interpreti in statisti della levatura di Camillo Cavour, Emilio Visconti-Venosta (da mazziniano divenuto fervido assertore di Casa Savoia), Francesco Crispi, Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano (normanno di Sicilia), Raffaele Guariglia (prestigioso diplomatico di lungo corso, il 25 luglio 1943 chiamato a Roma dalla Turchia, ove era ambasciatore, per riportare l’Italia a Occidente),  Alcide De Gasperi (agli Esteri dal 12 dicembre 1944 al 18 ottobre 1946, come documentano i Verbali del Consiglio dei ministri pubblicati da Aldo G. Ricci). Nell’età repubblicana l’Italia ebbe alla Farnesina De Gasperi stesso, Giuseppe Pella, Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Aldo Moro e, per breve stagione, Pietro Nenni.  Furono decenni di riposizionamento dell’Italia nel passaggio dl bipolarismo al tripolarismo, propiziato da Henry Kissinger, a suo modo auspicato da Antonio Giolitti e di quanti guardavano ai “neutrali” per uscire dalla moltiplicazione delle potenze nucleari (dalla Gran Bretagna alla Francia di De Gaulle, propugnatore della “force de frappe”, perché solo la deterrenza dissuade il nemico da aggressioni sconsiderate).  

Come in Un’Italia così ricca di talenti  Angelino Alfano sia asceso a ministro degli Esteri si spiega solo con le “ricette del venerdì di quaresima” invalse nella formazione di governi composti di vassalli, valvassori e valvassini dal seguito raccogliticcio, pronti a trasferire le proprie sbarrate insegne dall’uno all’altro campo.

Il punto è che dall’ormai remoto 6 dicembre 2017 l’Italia ha un ministro degli Esteri diafano. Nei fatti a gestire la politica estera sono il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, già titolare della Farnesina, e, per alcune partite nevralgiche (come quella “libica”) il ministro dell’Interno, Minniti, e, in second’ordine, quello della Difesa, Pinotti, in specie per quanto concerne le missioni militari all’estero, dai profili sempre più intricati (è il caso del Niger), e comunque potenzialmente esplosivi (come in Libano).

La Carta costituzionale è molto sobria sulla figura dei ministri, nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, a sua volta investito dal Capo dello Stato (art. 92). In linea con il Regio Decreto di Vittorio Emanuele III (14 novembre 1901, Governo Zanardelli-Giolitti), il presidente del Consiglio “dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene la unità di indirizzo politico ed amministrativo promuovendo e coordinando l’attività dei ministri” che sono “responsabili collegialmente degli atti del Consiglio e individualmente degli atti dei loro dicasteri” (art. 95).

Due mesi dopo l’uscita di Alfano dalla scena politica (ma non dal governo) alcune domande attendono risposta urgente. Prima di dichiarare che non si sarebbe ricandidato e che non avrebbe assunto ministeri in un successivo governo (bontà sua, quasi la nomina a ministro dipenda da chi “s’offre” o addirittura “pretende”: è il caso patetico di Luigi Di Maio, un Carles Puigdemont all’italiana, che non ha mai letto la Costituzione), Alfano fece il diavolo a quattro per garantire al suo micropartito un numero di seggi sufficiente a condizionare qualunque governo venturo. Vistasi chiusa in faccia la porta da Renzi e scelta (non per vocazione) la strada dell’ astinenza, per coerenza avrebbe dovuto dimettersi illico et immediate dalla carica poi di fatto disertata, quasi gli Esteri siano una sinecura, mentre l’Europa è alle prese con partite vitali, dalla attuazione della Brexit al superamento della tensione tra Usa e Russia, con le note complesse ricadute militari ed economiche.

Lo storico futuro avrà da dipanare una matassa intricata quando affronterà questo caso, che mette a nudo la gracilità del regime costituzionale vigente, propizio a rinviare decisioni importanti per non infrangere equilibri instabili. La sostituzione di Enrico Costa da ministro per gli Affari regionali non fu un dramma perché, dopo tutto, le competenze del suo dicastero non erano di primaria grandezza. Altrettanto avvenne per viceministri e sottosegretari nei recenti governi. Ma gli Esteri? Sono caposaldo nevralgico dello Stato. La sostituzione di Alfano avrebbe certo comportato un regolamento di conti politici che né Gentiloni né Renzi erano in grado di affrontare. Così rimase dov’era. A fare che cosa? Una ferita troppo a lungo aperta può degenerare in cancrena. Nessuno dice (o sa dire) quando questa verrà sanata. Infatti, salvo eventi straordinari, Alfano potrebbe restare in carica non solo sino alle elezioni del 4 marzo, ma fino alla formazione di un nuovo governo: un appuntamento dalla data imprevedibile. E se, per tanti e comprensibili motivi che lasciamo tra parentesi, Gentiloni dovesse durare sino all’autunno, se non oltre, quando effettivamente Alfano decadrebbe da titolare degli Esteri? Sotto il profilo strettamente istituzionale non si intravvede né il momento né il “motivo” della sua decadenza, perché per sedere al governo non è affatto necessario essere parlamentare. La storia d’Italia è punteggiata dal rinvio di decisioni, per le ragioni più disparate. A volte è saggio, a volte no. Di sicuro gli Esteri non possono rimanere come sono. Non è un problema di coalizioni, di partiti. E’ una questione di Stato, cioè di serietà.

Perciò è lecito attendersi che, di sua scelta o… “spintaneamente” Alfano sciolga il nodo e lasci la Farnesina, affinché il governo torni nella pienezza della sua configurazione e dell’esercizio dei poteri da parte dei titolari dei ministeri chiave. Ad Alfano, del resto, non  mancheranno altre occupazioni (e preoccupazioni). “I ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria” (art. 96).

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: alcide de gasperi, aldo moro, andreotti, anni, bettino craxi, bipolarismo, capo dello stato, carta costituzionale, chiesa, cina, consiglio dei ministri, conti, costituzione, craxi, de gasperi, elezioni, estero, europa, fallimento, forze armate, francia, futuro, giorgio napolitano, giuseppe saragat, governo

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire
  • Cesare Valletta su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Luisa Marzulli su L’Italia che ripudia la guerra ma finanzia chi la alimenta: la frattura che violenta la Costituzione
  • Francesco Altamore su La distanza che umilia l’Italia
  • Luca Bagatin su Netanyahu: “Israele difende anche voi”: e allora?

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti