
di Antonio Bonasora*
Professore, si sente spesso parlare di una sinistra in crisi. A suo modo di vedere in cosa e perché è in crisi, se in crisi?
La crisi della sinistra è una manifestazione specifica della crisi generale del- la politica e dei partiti nelle nazioni democratiche, spiazzati dalla velocità e dal ritmo della “società digitale” in cui siamo immersi da quasi trenta anni. La Silicon Valley, epicentro di questa società, ha sempre amato molto tecnologie e mercati, ma non ha mai espresso grande interesse per la politica e per la democrazia. Per quanto riguarda la sinistra il celebre scienziato politico Giovanni Sartori sosteneva che i suoi obiettivi di cambiamento sociale fossero troppo ambiziosi e dunque molto difficili da realizzare con inevitabili, conseguenti e frequenti delusioni da parte degli elettori. In questo senso, rispetto alle attuali difficoltà attraversate dalla politica, le forze della sinistra appaiono certamente molto più vulnerabili rispetto ai partiti conservatori.
A partire da quando, secondo lei, questa crisi ha avuto inizio?
È opportuno, innanzitutto, precisare che esistono vari tipi di sinistra. Prendo in considerazione soltanto i modelli classici della socialdemocrazia e del socialismo liberale che, pur con versioni differenziate, si sono sempre sviluppati in un orizzonte strettamente nazionale, a partire dall’SPD in Germania e dal Labour Party nel Regno Unito. Perciò l’origine della crisi mi sembra proprio ascrivibile a questo limite “nazio- nale” della sinistra, strettamente legata ai processi di globalizzazione dei mercati, e della rivoluzione digitale. Questi fenomeni hanno indubbiamente diminuito la pover- tà in diverse parti del mondo, ma hanno anche creato seri nonchè sostanziali pro- blemi sociali – soprattutto occupazionali – nei Paesi occidentali. Con una battuta direi che l’economia sociale di mercato e il welfare state nel modo in cui erano con- cepiti non potevano certo “reggere” nel nuovo contesto globale. In questa nuova situazione l’Europa dei mercati non pote-

va bastare. A tal proposito, il corretto fun- zionamento e l’efficienza del mercato sono descritti da Luigi Einaudi attraverso la sua bellissima metafora sulla “fiera del borgo di campagna”. L’errore – in verità non solo della sinistra, ma anche della destra libe- rista – è stato quello di poter pensare che il mercato potesse funzionare in maniera fisiologica anche a livello globale. Lo stes- so Milton Friedman negli ultimi anni della sua vita ha sostenuto, non a caso, che i mercati globali meritassero una riflessione accurata della teoria economica.
Mi può spiegare con un esempio in cosa consiste la differenza?
Il caso più evidente è senza dubbio quel- lo della Cina. Negli ultimi quindici anni il Dragone ha approfittato di tutti i vantaggi derivati dalla globalizzazione, ma non si è mai veramente aperto alla logica e alle ragioni del libero mercato. Basti pensare che la sua moneta è controllata dal governo e non è pienamente convertibile, le impre- se straniere non hanno libertà di azione e di investimenti, il mercato interno risulta pieno di barriere non tariffarie che ostaco- lano le importazioni. Questa asimmetria ha prodotto, inevitabilmente, dipendenze patologiche, simboleggiate dalla vicenda delle mascherine negli anni del Covid. D’altro canto, gli scambi commerciali cer- tamente appaiono fondamentali per la cre- scita e per l’occupazione purchè la compe- tizione tra gli agenti economici si sviluppi su un piano di sostanziale parità, quello che nel linguaggio anglosassone è notoria- mente definito come “level playing field”.
Lei ha anche accennato alla rivoluzione digitale. Per quale motivo?
A sinistra si è coltivata l’illusione che l’innovazione prodotta nella Silicon Valley favorisse i processi di democratizzazione. In Italia questa convinzione si è svilup- pata su due versanti paralleli, ma in par- te convergenti. Sul piano del diritto un contributo di notevole spessore teorico, però privo di consistenti riscontri empi- rici è stato offerto dal Professor Stefano Rodotà, mentre sul piano politico un espe- rimento intrigante è stato realizzato da Gianroberto Casaleggio e da Beppe Grillo con il Movimento 5 Stelle. Eppure, l’azio- ne politico-mediatica dei grillini più che sui diritti si è fondata soprattutto sull’ag- gressività dei primi “influencer” assai più simili alla cosiddetta “Bestia” del Professor Luca Morisi, consulente di comunicazione quando Matteo Salvini era al Viminale (2018-2019). Naturalmente, per quanto detto finora, la democratizzazione non si è concretizzata e sono presto scoppiate faide interne di cui è stato vietato lo streaming. Nella realtà della rete è, invece, accaduto esattamente l’opposto della democratizza- zione : un progressivo processo di concen- trazione del potere in poche grandi azien- de negli Stati Uniti e in Cina che ho già iniziato a segnalare in un paper del 2012. Ovviamente appare antipatico autocitarsi, ma quando ho cercato di far capire le mie posizioni, queste sono state puntualmente ignorate poichè serviva cavalcare l’onda dell’ultima moda per rincorrere il Movi- mento 5 Stelle e le sue note simpatie poli- tiche filocinesi.
Nel 2022, il sociologo Luca Ricolfi ha scritto un libro intitolato “La mutazione” nel quale spiega come tre grandi ideali quali la difesa dei deboli, libertà di pensiero e cultu- ra come via privilegiata verso l’eguaglianza, storicamente attribuiti alla sinistra, abbia- no appunto mutato pelle passando a destra. Lei condivide o respinge questa visione?
In questo caso in parte dissento in virtù del fatto che la libertà di pensiero non pos- sa essere appannaggio di questa o quella

parte politica. Nei giorni scorsi ho incon- trato a New York il mio docente e caro amico Aryeh Neier, fondatore tra l’altro di Human Right Watch e Presidente Onora- rio della fondazione Soros. Neier ha dedi- cato tutta la sua vita al freedom of speech e alle libertà civili. Non è mai stato una personalità con idee di destra, ma già cin- quant’anni fa ha difeso con energia il dirit- to dei neonazisti americani a manifestare liberamente. Il suo libro più famoso Defen- ding my enemy, scritto nel lontano 1979, quest’anno é stato ripubblicato. Sarebbe, a mio avviso, un libro sulla libertà che tutti i ragazzi dovrebbero leggere.
Passando invece al contesto nostrano, il tanto decantato “campo largo” quali basi sostanziali ha per risultare credibile agli occhi dell’elettorato e dimostrarsi quindi come possibile alternativa alla destra?
Per essere credibili ci vogliono proposte effettivamente concretizzabili e in cui i cit- tadini possano riconoscersi. Personalmen- te auspico che il centrosinistra elabori un programma di governo molto coraggioso sui seguenti elementi: a) binomio libertà/ sicurezza; b) lotta contro gli sprechi della spesa pubblica; c) rilancio del sistema sani- tario nazionale sulla base delle tecnologie più avanzate; d) last but not least, promo-zione della ricerca scientifica e tecnolo- gica di frontiera nell’ambito di progetti di cooperazione euro-atlantici. Vedremo. Come Consigliere per la Cybersecurity del Ministro dell’Interno ho lavorato un paio di anni al Viminale e mi dispiace che i processi di innovazione con gli Stati Uniti non siano andati avanti. La computazione e comunicazione quantistica, la fusione nucleare, la ricerca genetica in medici- na, la difesa laser e a energia diretta sono, ad esempio, alcuni ambiti in cui Europa e Stati Uniti posso collaborare con grande successo.
Ci sono altri Paesi con cui sviluppare programmi scientifici lungimiranti?
Nei giorni scorsi ho partecipato alla 15° edizione della Cyberweek organizzata dall’università di Tel Aviv, probabilmente l’appuntamento più importante al mondo per Cybersecurity e per l’intelligenza arti- ficiale. Erano presenti, tra gli altri, istituti universitari di Singapore, India, Giappone e Corea. Considero, per inciso, un errore interrompere la collaborazione scientifica con le università israeliane.
Tornando al “campo largo”, non sarebbe più proficuo nel lungo periodo concentrarsi su una sorta di “rivitalizzazione identitaria” piuttosto che sul mero calcolo quantitativo?
Divisi si perde, come più volte ha giustamente sostenuto Paolo Mieli, ma mi permetto di aggiungere che non basta essere uniti per vincere. Questa è, in estrema sintesi, la realtà dei fatti anche se in giro c’è tanta, troppa ipocrisia. La sinistra, per esempio, potrebbe muover- si su una battaglia che la destra ha per- so, quella del merito. Le promesse sono state dimenticate e non basta cambiare il nome a un dicastero. Il problema è che per “impadronirsene” in modo credibile la sinistra dovrebbe liberarsi di alcune sue cattive abitudini. Le troppe raccomanda- zioni sono una grande offesa per i giovani poiché, inevitabilmente, li spingono ad andare all’estero per cercare di realizzar- si. Il clientelismo – non nascondiamoce- lo – c’è sempre stato, ma la sua estensione attuale ha raggiunto livelli assolutamente inaccettabili. Perciò appare necessario operare una sorta di reductio ad mini- mum. In altre parole, se fossi il leader del- la maggioranza parlamentare proporrei il seguente lodo a tutte le forze politiche: quando ci sono candidati per un ruolo o per una nomina la raccomandazione può avere effetto solo se due candidati hanno raggiunto lo stesso risultato in termini di merito. Mi rendo conto che anche questa non è bella immagine, ma sono certo che, applicando questo semplice criterio, il clientelismo si ridurrebbe del 80% e più. Non so se la sinistra avrà mai il coraggio di praticarla, ma spero che agisca sen- za guardare in faccia nessuno. Quello che propongo è concretizzare l’uguaglianza delle opportunità nonché ripristinare un vero ascensore sociale. Questo è un vero valore identitario in cui l’elettorato di sinistra si riconosce.
Può indicarmi altre priorità per la sua sinistra ideale?
Un esempio analogo riguarda la sicu- rezza. Quando le persone hanno pau- ra del terrorismo islamico la sinistra dovrebbe dar loro ragione e assumere misure specifiche per prevenire queste minacce. Le comunità immigrate danno da trent’anni un grande contributo a chi si occupa della nostra sicurezza e, in par- ticolare, a chi si dedica all’antiterrorismo, ma nessuno ne parla mai. Per quale moti- vo la sinistra non lo mette in evidenza? Su questo, a mio avviso, la destra risulta miope. Dovrebbe valorizzare molto di più l’azione di prevenzione diffusa nel territo- rio e coordinata in sede CASA. Invece, le articolazioni del Viminale si concentrano sul criminalizzare – sbagliando – le navi e i volontari delle ONG che si dedicano ai soccorsi in mare. Come volontario di primo soccorso delle Misericordia sono un incaricato di pubblico servizio. Casi di emergenza a parte, le sembra ragionevole che per portare da Ostia con un doblò un paziente per un controllo radiologico al Gemelli si debba passare da Perugia? La burocratizzazione irragionevole dei soc- corsi in mare è, come ha sostenuto il Pon- tefice Leone xiv, moralmente assai discu- tibile. Aggiungo che un certo disprezzo per gli stranieri può scoraggiare e non poco i leader delle comunità immigrate, le quali danno, come già accennato, un significativo contributo all’antiterrorismo e alla lotta contro i trafficanti di essere umani. Secondo me, la collaborazione delle associazioni umanitarie con le forze di polizia nelle indagini contro i traffi- canti, in vigore alcuni anni fa, andrebbe ripristinata.
A livello internazionale, trova degli esempi che possono assurgere al ruolo di modelli per la sinistra?
Più che all’estero guardo con interesse alle realtà italiane dove opera il volonta- riato sociale. A Firenze e in Toscana l’e- sperienza millenaria delle Misericordie si è rivelata sicuramente un importante modello. Capisco le ambizioni personali ma nei partiti sarebbe l’ora di far rivivere il volontariato politico disinteressato.
Cosa pensa di quanto è accaduto a Torino al quotidiano “La Stampa” o a Bologna contro la polizia?
Mi sembrano fatti molto pericolosi. Ho lavorato tre anni in Kosovo, ho effettuato missioni umanitarie a Gaza, in Birma- nia, in Libano e in altre aree di crisi. Ho, come precedentemente accennato, una esperienza diretta di due anni al Vimi- nale. Il contributo delle Forze Armate, dall’Intelligence alle forze dell’ordine, ha un ruolo fondamentale nella vita del- la Repubblica e dei suoi cittadini: non può esserci libertà senza sicurezza così come non può esserci sicurezza senza libertà. Un binomio inscindibile. Perciò la par- te della sinistra che non denuncia con la necessaria energia i pericoli rappresentati dal terrorismo di Hamas, di Hezbollah, degli Houthi, delle milizie sciite in Iraq e in Siria non mi sembra molta ferrata in materia di sicurezza nazionale.
* Antonio Bonasora collabora con Nazione Futura.

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