Sono stato a Marghera ad un convegno dedicato ai settanta anni della Socialdemocrazia italiana (1947-2017). Non solo una rievocazione, perché centrale era una domanda: quegli ideali e quegli obbiettivi sono spendibili ancora oggi? Ho partecipato a questo convegno con lo stesso spirito con il quale ero andato a Bologna e Roma per le riunioni di Proposta Socialista e Socialisti in Movimento. Solo con un pizzico di emozione in più avendo incontrato amici e compagni di una militanza che era per me cominciata quando indossavo quei calzoni corti che ho dismesso da un bel po’.
Un sentimento rinverdito dall’intervento del senatore Federico Fornaro, che, tra l’altro, è l’autore della biografia più autorevole del fondatore della socialdemocrazia italiana, Giuseppe Saragat. Una biografia che fa giustizia delle tante sciocchezze propalate, per ignoranza o strumentalmente, su Saragat. La scissione di Palazzo Barberini fu di sinistra, altro che di destra. Vi parteciparono tutti coloro che, nel partito socialista di allora, volevano contendere il primato della sinistra al PCI e che, soprattutto, erano antistalinisti. Libertà, democrazia, uguaglianza sociale erano le parole d’ordine della scissione ed i cardini del progetto politico. Certo, alcuni di questi obbiettivi furono mancati. Ma quale fra i partiti di allora non mancò, in tutto o in parte, i propri obbiettivi? Eppure, per l’intelligenza dei leaders politici del tempo, l’Italia si sviluppò e crebbe economicamente e democraticamente.
Credo di non fare torto al senatore Fornaro e agli altri relatori (il presidente di Democrazia Futura, Alberto Tomassini, il presidente della Fondazione Saragat, Marco Gianfranceschi e chi scrive queste note), se mi permetto di sintetizzare in maniera scarna e semplice, perché e come, da questo convegno sia emersa la certezza che è venuto il momento di una decisa iniziativa dei riformisti e dei laici di tutte le provenienze da riunire in un unico contenitore: movimento o partito che sia.
Primo: Democrazia e giustizia sociale, alla base della nascita della socialdemocrazia, sono una priorità anche oggi. Si pensi al regime oligarchico che si è instaurato grazie a leggi elettorali inique e truffaldine, e si pensi all’emergere di una povertà sempre più diffusa.
Secondo: la società del benessere o welfare state è in grave crisi. “Case, scuole, ospedali”, predicava Saragat. Oggi, saltano i conti del welfare: sono a rischio le pensioni e quelli della sanità. Dei 105 miliardi che si spendono annualmente, più di un terzo, 35 sono dei privati che pagano le prestazioni dopo essersi sobbarcate imposte fra le più alte del mondo. Non si tratta di spese per andare in cliniche di lusso ma per comprare medicine ed altre prestazioni essenziali (altro che nuovi Livelli Essenziali di Assistenza previsti dalla legge). Di fronte a questa realtà si oscilla tra mantenimento dello status quo e lo smantellamento dei servizi. Noi pensiamo invece che la soluzione sia quella di riformare il welfare mantenendo i servizi attraverso un diverso rapporto fra il pubblico e il privato. Le radici del welfare, è bene ricordarlo, sono legate alle esperienze dell’associazionismo volontario, di natura mutualistica e cooperativa e a quelle del riformismo tra ‘800 e ‘900.
Terzo: la difesa dei lavoratori dipendenti non è superata e così le ragioni che portarono il ministro socialista Brodolini a varare lo “Statuto dei lavoratori”. Non è simmetrico il rapporto tra imprese e lavoratori. E la globalizzazione ha aumentato la sproporzione di forza tra le due parti.
Quarto: Un elemento non secondario di iniquità è determinato dal fisco. Non tutti pagano le imposte allo stesso modo. E la crescita della iniquità viaggia, a causa di ciò, in progressione geometrica.
Conclusione: al convegno di Marghera ho trovato lo stesso spirito costruttivo, la stessa voglia di dare vita ad una nuova esperienza, uguale a quello presente a Bologna con Proposta Socialista e a Roma con Socialisti in Movimento. Addirittura più precisione di proposte, come se alla base ci fosse un unico disegno che progressivamente si sta precisando. Dunque, è obbligatorio cogliere l’attimo fuggente. Mi rivolgo, qui pubblicamente, a tutti coloro che hanno promosso questi convegni. Si riuniscano quanto prima da qualche parte per convocare una unica grande assemblea dalla quale scaturiscano poche e forti proposte: meditate ma rivolte agli italiani con toni forti, come forte è il bisogno di contrastare l’iniquità sociale. Nasca, da questa riunione una rete organizzativa che tenga conto dei nuovi strumenti digitali. Non abbiano timore di proporsi come classe dirigente provvisoria, fino a quando sia conclusa tutta la fase costituente. Per quanto possa servire, Pensalibero con la sua ormai radicata diffusione nello sparpagliato mondo laico, liberale e socialista è disponibile come provvisorio strumento di collegamento e diffusione delle idee.
Nicola Cariglia

Scusi, ma il modello di società del “comico”, quando gli addetti ai lavori son stati troppo spesso pessimi attori d’avanspettacolo, è chiaro, basta ascoltare sui diversi temi le opinioni di Di Maio e di tanti altri. Poi, scusi, sono i soliti noti che ci governano da sempre che hanno prodotto Grillo, non il contrario. Non potete avercela con lui, se coloro preposti a gestire la cosa pubblica hanno fallito, il lavoro da fare per riconquistare l’elettorato gabbato è di tale ampiezza che ci vorranno anni di mea culpa.
Caro Giampaolo,
è un divertimento per me. Non so se gli appelli saranno accolti. Ma servono per capire le intenzioni di ognuno. Un abbraccio.
Ammiro il tuo impegno Nicola. Confidiamo in questi appelli perché sortiscano positività.