Che si ricordi non c’era mai stata una tornata elettorale dove a dettare l’agenda dei candidati in lizza fossero le carte bollate. Proviamo a mettere in fila un po’ di cronaca politica degli ultimi giorni. Il governo di centro-destra, precedente senza precedenti, si serve di un decreto-legge per ovviare alle mancanze di se stesso nella presentazione delle liste. Il presidente Napolitano firma il decreto salva-liste Pdl dichiarando: non potevo fare altrimenti. Di lì a poco il Tar del Lazio lo sconfessa. Quel decreto – dice il Tar – non ha validità perché nel Lazio le regionali sono regolate da leggi proprie, per l’appunto regionali. Puntuale viene presentato il ricorso, rigettato, a sua volta, dal Consiglio di Stato. E ne spunta fuori un altro.
In un guazzabuglio del genere non si capisce neanche più chi ha ragione e chi ha torto. Una cosa, però, è certa. Meglio sarebbe stato se tutti si fossero attenuti alle regole di presentazione di liste e candidati, come fino ad oggi era accaduto nella storia delle elezioni. A pochi giorni dal voto regionale avremmo evitato la vergogna tutta italiana della guerra a colpi di ricorsi e carte bollate.
Come se non bastasse, ci si mette pure Berlusconi. Nell’ennesima conferenza stampa all’insegna del surreale, costruisce la solita teoria del complotto nei suoi confronti. Attacca pubblici ministeri, sinistra, consulta e lancia all’assalto di un povero giornalista dall’improbabile nome di Carlomagno il fido cane da guardia, nonché ministro della difesa, Ignazio. Le frasi solenni si sprecano. Non passano ventiquattr’ore che il presidente del consiglio declama ancora: “La magistratura getta fango su di noi”. La magistratura. Sì. Quella magistratura che intercetta telefoni di altri e incappa nel premier che chiama al telefono sia il presidente dell’Agcom Calabrò per bloccare Annozero e Ballarò, sia il consigliere dell’Agcom, suo ex-sodale in Mediaset, Innocenzi per azzittire Di Pietro in tv. E il direttore del Tg1 Minzolini che fa? Lui le telefonate addirittura le anticipa.
In un paese con consuetudini democratiche rispettate da tutti, verrebbe da ridere alle bocche storte che digrignano a mezzo stampa di secchiate di fango. E in Europa, infatti, ci ridono su. Ma da noi, ahimé, non c’è niente da ridere. Berlusconi è l’uomo più potente e più ricco d’Italia. Notare: il più ricco e il più potente insieme. E’ a capo del governo, ha sul groppone un conflitto d’interessi grosso come una casa, ma dicono sia stato eletto legittimamente. E poi, quando i beninformati ci dicono che l’80% degli italiani si fa un’opinione su cosa votare solo attraverso la tv, ci accorgiamo che ha in mano pure gran parte dell’editoria e da almeno cinque reti nazionali insuffla le menti nostrane di tgminzolini-tgfede-studiaperti-uomini&donne-amicinemici-italiesuldue-pomeriggicinque-grandifratellisei-isoledeifamosisette da mane a sera. E se arriva una catastrofe? Tranquilli. C’è Bertolaso.
Ma, allora, cosa crediamo che possa ancora accadere? Che chi comanda la macchina del consenso rispetti ancora le regole della democrazia?
Qualche giorno fa Claudio Martini, presidente uscente della Regione Toscana, era ai microfoni di una televisione locale. La giornalista gli ha chiesto: “Presidente, a che tipo di campagna elettorale stiamo assistendo?”. E lui candido: “Semmai a che tipo di campagna avremmmo voluto assistere”. Ha detto bene.
Samuele Bartolini

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