Il dibattito nel PD è infuocato. Oggetto del contendere le candidature a sindaco in vista delle prossime amministrative. Da una parte i renziani, che hanno vinto tutte le primarie, dall’altra la sinistra interna che sostanzialmente accusa i vincitori di aver vinto usando mezzi illeciti. Da qui la querelle che, in molti casi e per le città più importanti, Roma, Milano e Napoli, arriva addirittura a contemplare l’ipotesi di presentare liste alternative a quelle ufficiali, il che vorrebbe praticamente dire regalare la vittoria alle opposizioni, soprattutto a quella dei Cinquestelle o in casi isolati, ad un centrodestra sempre più in disfacimento, cosa che del resto è già successa alla Regione Liguria. A prima vista le mosse della sinistra, interna ed esterna al PD, sembrano assurde. Nella peggiore delle ipotesi infatti portano a far vincere gli avversari, nella migliore danno comunque l’alibi a Renzi di spuntare un risultato elettorale non in sintonia con le aspettative (“Con tutto il casino che avete fatto – sarà la difesa del premier – come si faceva ad ottenere un buon risultato?”). La verità però è che la sinistra è mossa dalla disperazione. Lottano per la sopravvivenza. E tutto per via di un trattino. Nello scenario politico di Renzi c’è il centrosinistra e non il centro-sinistra. Non sono la stessa cosa e la differenza, appunto, la fa il trattino. Nel primo caso abbiamo un partito, nel secondo una coalizione. E non è un caso che la nuova legge elettorale , l’Italicum, risponda a questa logica. Vince il premio di maggioranza quella forza politica che conquista almeno il 40 per cento dei voti. Questo comporta che per arrivare a quel risultato un partito, come il PD, deve allargare il proprio spazio elettorale fino a conquistare gli elettori di centro. Ma per fare questo deve annacquare la sua natura di sinistra ed assumere posizioni più moderate, cosa che appunto sta tentando di fare Renzi. Nel caso della coalizione invece, l’esempio tipico è quello dell’Ulivo, il partito di maggioranza relativa può evitare di “contaminarsi” al centro perchè copre gli spazi, verso il fronte moderato e verso quello più a sinistra, con alleanze con forze politiche che si collocano su quei versanti. Con questo sistema Prodi, senza polemiche interne, ha vinto due volte le elezioni ma poi non è riuscito a governare perchè ogni partito della coalizione doveva marcare il proprio spazio e difendere le sue posizioni. In altre parole il PD se privilegia la sua natura di sinistra non governa, se si trasforma in un nuovo soggetto, si può chiamare PD, Partito della Nazione, o in qualunque altro modo, perde “l’anima” ma può governare senza problemi.
Al disegno di Renzi non ci sono alternative. Del resto è la strada che, per vincere, hanno seguito molte delle sinistre europee, e nonostante questo spesso non hanno avuto vita facile. I prossimi mesi confermeranno o meno questa strategia. Per il PD il risultato delle amministrative non sarà esaltante, ma Renzi, con qualche ragione, addosserà la colpa agli avversari interni. Poi la partita si giocherà al referendum sulle riforme istituzionali del prossimo ottobre. I comitati per il SI, ricordate le mille Leopolde?, saranno in nuce l’incubatore del nuovo centrosinistra. Se vincerà la prova, Renzi andrà al voto anticipato con questa legge elettorale, farà il pieno e poi, con il congresso, normalizzerà del tutto il PD, o quello che nel frattempo sarà diventato. Una sconfitta al referendum segnerà invece la sua fine politica e al posto del centrosinistra potrà tornare il centro-sinistra, con il trattino. Con buona pace di D’Alema, Prodi e Bersani.

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