La premessa ad ogni idea di ricostruzione di una sinistra in Italia sta nella consapevolezza che il continuare a ragionare su uno schema centrodestra/centrosinistra è, oltre che sbagliato, tatticamente perdente.
Ho atteso qualche giorno per tentare di valutare quanto è avvenuto lo scorso fine-settimana a Piazza San Giovanni ed alla Leopolda, per la semplice ragione che si tratta di fatti il cui significato supera ampiamente i limiti della cronaca politica, ed impone un più meditato ragionamento di prospettiva.
Dalla Leopolda.
Tempo fa, avevo affermato che a Renzi andava riconosciuto il merito di aver chiarito, ritengo una volta per tutte, la reale natura del PD. Quanto infatti per anni si era manifestato sotto la forma di cedevolezza e di continuata incapacità a far fronte alle perduranti difficoltà del Paese, a riformarne le arretratezze, a rappresentare una convincente alternativa alla destra, ed aveva contribuito alla paralisi del Paese in una alternativa di potere tra un centrosinistra debole nella testa prima che nelle gambe ed una destra indecorosa (quelli che Pannella aveva efficacemente definito rispettivamente come “buoni a nulla e capaci di tutto”), si è alla fine chiarito trovando conclusione logica nell’esplicita manifestazione della convergenza di interessi e di prospettive tra gli uni e gli altri.
Giocando abilmente sull’esasperazione degli italiani nei confronti di un ceto politico oramai rinchiuso nel proprio interesse ad una sopravvivenza di qualsiasi forma, sul conseguente discredito delle Istituzioni e dell’idea stessa di democrazia, e sull’oramai generalizzato abbandono della politica, si è avviata la rottamazione, non tanto di quel ceto politico (poco male, e comunque si tratta di una rottamazione solo parziale e di convenienza), quanto del sistema democratico nel suo insieme, sia sul piano istituzionale centrale e locale, che nello svuotamento della funzione di corpi intermedi di partiti, sindacati, organizzazioni di cittadini.
Giocando altrettanto abilmente sulle difficoltà economiche dell’intero Paese, si sta cercando di far passare l’idea che la loro soluzione stia nelle virtù taumaturgiche di un mercato senza regole, e che la ripresa richieda di smantellare quegli strumenti di difesa che consentono un minimo di tutela delle parti deboli. Si rinunzia, in questa visione, ad ogni intervento di riequilibrio, sia che ciò riguardi le politiche fiscali, che quelle di piano e di programma ed il ruolo che gli investimenti pubblici possono avere. Non si considera affatto grave la scarsissima mobilità sociale e l’eccessiva disparità nella distribuzione della ricchezza. Si mortifica il ruolo della scuola pubblica.
Dalla Leopolda sono emerse con chiarezza, ed anche con rudezza, una concezione della società ispirata al radicalismo liberista nordamericano, ed una concezione dei rapporti tra esecutivo e politica e forze sociali che vede in Margaret Thatcher un buon modello. L’affermazione che “il posto fisso non esiste più”, gli attacchi al diritto di sciopero, i commenti irridenti seguiti all’inutile e volutamente offensivo incontro di lunedì 27 tra ministri e sindacati ne sono altrettanti esempi.
Nella profetazione renziana, l’Italia che verrà sarà un Paese controllato da un’oligarchia tecnocratica che decide ed opera seguendo una presunta oggettività identificata negli effetti di un mercato senza regole e senza tutele, la cui sussistenza richiede di alterare la rappresentanza politica e comprimerne le capacità di proposta e di controllo, e di prescindere dai cittadini e dalle loro forme associative. Ne esce, ed alla Leopolda se ne è osservata la rappresentazione, un nuovismo che, ammantandosi impropriamente dell’appellativo di riformatore, tende invece a completare, anche formalmente, quello svuotamento della Costituzione che già il centrodestra aveva avviato. Questa volta, ad opera di gran parte di quello che fu il centrosinistra.
Il “monopartitismo imperfetto”: viene meno l’alibi destra/centrosinistra.
Sui caratteri generali del corso e del presunto riformismo avviato da Matteo Renzi è già stato detto e scritto molto, ed è superfluo aggiungere altro, mentre è probabilmente più utile valutare quale sia la prospettiva politica di fondo che oggi si prefigura.
Col “Patto del Nazzareno” è stato sancito il tramonto definitivo, nei fatti già avviato da tempo, della concezione di una destra e di un PD tra loro alternativi. Principio ispiratore ne è stata la visione comune sulle questioni di fondo riguardanti l’assetto generale delle istituzioni, della politica, dell’economia e della società, e la conseguente intesa politica, benedetta da Napolitano, sull’avvio di una conforme riorganizzazione del Paese.
Riorganizzazione che recepisce concetti e metodi provenienti da precedenti esperienze della destra italiana, mutuandone largamente le connotazioni autoritarie ed il conservatorismo sociale, mentre risulta estranea alla tradizione di quel riformismo democratico che aveva dato una sia pur parziale applicazione ai principii della nostra Carta Costituzionale.
Si tratta di concetti e metodi che possono essere sintetizzati, sul piano politico, nel principio che la politica sia riservata alle èlites, e che ciò richieda un Esecutivo forte e libero dai controlli democratici, la limitazione del diritto dei cittadini alla rappresentanza politica, la riduzione degli ambiti di partecipazione e di pratica diffusa della democrazia; e, sul piano economico-sociale, nella presunzione dell’oggettività e dell’indiscutibilità di un mercato che opera senza tutele ed interventi regolatori e seguendo le esigenze dei più forti, nella scelta di non operare per correggere gli eccessi di disparità, nella rinunzia ad ogni concetto di pianificazione e programmazione.
Su questo terreno si sta avviando una tendenza all’omogeneizzazione tra la destra ed il PD; forza che, peraltro, e sin dalle origini (basti ricordare una storia che va da Veltroni al Lingotto sino al sostanziale smantellamento operato da Bersani, già in fase preelettorale, della coalizione Italia Bene Comune), ha frenato il manifestarsi di capacità riformatrici da parte del centrosinistra, sino a perdere ogni potenzialità propulsiva e la capacità di costruire un’efficace alternativa alla destra.
Oltre che evidente, questo processo è anche apertamente dichiarato, nel suo svilupparsi nella condivisione delle tendenze di fondo e della cultura politica che vi si esprime, nell’adesione comune all’idea di un Paese controllato da un’oligarchia tecnocratica che, per affermarsi ed operare, ha bisogno di elidere gli strumenti istituzionali, le regole, i metodi, della democrazia, e di prescindere dal ruolo autonomo dei corpi intermedi della società, partiti, sindacati, associazioni che siano. Ridotti i primi, almeno nell’esempio dato dal maggior partito italiano, a luogo di ratifica di scelte fatte al di fuori di esso, e limitati i secondi ad un ruolo privatistico di controparte aziendale o di categoria, respingendone la funzione di rappresentanza generale del lavoro.
Il che non toglie il fatto che, sul piano dei rapporti tra i partiti, risultino opportuni percorsi più articolati, ed anche competitivi, dei quali, ad esempio, è espressione il fatto che, dei due partner, l’uno abbia la responsabilità operativa di governo, e l’altro conduca invece una benevola opposizione.
In altre parole, la condivisione delle trasformazioni da portare avanti ed il via libera dato a Renzi da un Berlusconi politicamente e personalmente screditato in cambio della propria rilegittimazione e della tutela da ulteriori disavventure giudiziarie, si accompagnano a comportamenti differenziati ed anche apertamente concorrenziali sul piano elettorale, ma tali da non inficiare le scelte di fondo sulle trasformazioni da imprimere al Paese.
Risulta così possibile il continuare a portare avanti l’alibi formale di una dualità tra destra e centrosinistra, che nessuno dei due contraenti avrebbe interesse a far venir meno, pena il rischio di aprire falle a destra ed a sinistra. Ma, soprattutto, pena il doverne altrimenti trarre le conseguenze facendo venir meno, con la ragione della concorrenzialità dei due, un meccanismo che consente di stabilire per ciascuno di essi la quota di presenza nelle istituzioni, e quindi, di preservare le rispettive strutture partitiche e di dare ragion d’essere ai relativi ceti politici.
Mentre si sta avviando la costruzione di un “sistema” condiviso che esclude per definizione ogni voce di sinistra, si continua così a ripetere il mantra dell’alternanza democratica tra destra e centrosinistra, con un meccanismo elettorale finalizzato a marginalizzare e condizionare le forze “fuori sistema” ed alla funzione di stabilire il peso relativo dei due partner. Non ultima osservazione è quella che ciò è ben compatibile col fatto che la maggior forza di opposizione sia costituita da una forza inutilizzabile ai fini di qualsivoglia costruzione politica.
Quanto sopra non porta che ad un’unica conclusione: quella che l’unica alternativa al “monopartitismo imperfetto” (per parafrasare Giorgio Galli) che si sta prefigurando sia rappresentata dal sorgere e dal crescere di una sinistra che abbia adeguati ed alternativi connotati politico-culturali, un’adeguata potenzialità ed autonomia elettorale, un adeguato radicamento sociale, ed un’adeguata capacità di proposta e di saper far propri gli interessi generali del Paese.
Ciò richiede che, prima di ogni altra cosa, non si ceda alla ricorrente tentazione del comodo alibi del finto bipolarismo tra destra e centrosinistra, alla quale non pochi, dentro e fuori del PD, sembrano invece cedere. Deve cioè esser chiaro che la premessa logicamente necessaria ad ogni idea di ricostruzione di una sinistra in Italia stia nella consapevolezza che il continuare a ragionare su uno schema centrodestra/centrosinistra è, oltre che sbagliato, tatticamente perdente. Di questo si devono render conto tutti coloro che, all’interno ed al di fuori del PD, ritengono ancora possibile il sostenere una posizione di sinistra all’interno di un presunto centrosinistra il cui ruolo si riduce ad una competizione con la destra sul piano dell’attribuzione delle reciproche quote di potere, salvo poi convergere con questa su ciò che realmente conta.
Di questo cedimento si è avuto un esempio nelle scelte relative alle ormai imminenti elezioni regionali in Emilia. C’è da star sicuri che il risultato prevedibilmente positivo del candidato Bonaccini verrà da Renzi ascritto a merito del nuovo corso del PD da lui pilotato, nonostante il contributo, ritengo non irrilevante, di un elettorato di sinistra “vera” che non si limita a SEL. D’altra parte, il “con me si vince”, è espressione già più volte ascoltata..
Perseguire in questo equivoco ottiene quindi l’unico risultato di offrire una copertura “da sinistra” al progetto di Matteo Renzi, senza peraltro conseguire alcun apprezzabile risultato in termini di spostamento di indirizzi politici, come i fatti hanno dimostrato. Copertura della quale la maggioranza di governo ha ancora bisogno per poter continuare a rappresentare agli italiani la favola di un centrosinistra che non c’è più.
Dopo Piazza San Giovanni.
Comunque si voglia valutarlo, è un fatto quello che un milione di cittadini italiani (uso volutamente il termine cittadini anziché quello di lavoratori, più usuale nel riferirsi ad una manifestazione promossa dal sindacato, in quanto il senso dell’iniziativa, pur mossa da ragioni attinenti il lavoro, veniva ad investire un ambito prettamente politico) abbia testimoniato l’esistenza di un’opposizione reale e diffusa, che trascende tessere, appartenenze, e storie di partito: è significativa ed è una buona premessa la presenza, in quel milione di cittadini, di iscritti ed esponenti di SEL, di altre formazioni della sinistra e, in dissenso coi propri partiti, del PD e del PSI; e che molti erano i “sans papiers” della sinistra, provenienti da esperienze e storie politiche diverse e, nel passato, sovente tra loro conflittuali. Ciò detto, va riconosciuto che non siamo ancora ed automaticamente a quell’opposizione politica di cui c’è bisogno, che richiede approfondimenti concettuali, capacità di proposta di carattere generale, organizzazione, strategie.
Nicki Vendola ha recentemente scritto, su “Huffington Post”, che occorre darvi forma politica. Cosa sicuramente vera; ma, premesso che occorre capirsi su cosa si intenda per “forma politica”, ciò non basta. Occorrono una capacità di proposta collegata a metodi ed atteggiamenti adeguati al ruolo culturale e politico che la sinistra ritiene di potere e dovere assumere; ed occorre saper assumere comportamenti e porre in atto metodi che facciano dimenticare i dogmatismi ed i settarismi che hanno costellato la storia della sinistra. Riguardo a questi aspetti, ho già detto qualcosa, che è inutile star qui a ripetere (vedi “ Sinistra: si muove qualcosa? ”).
Basti dire, e concordo con quanto hanno scritto in diversi, limitandomi a citare Riccardo Achilli, che deve essere centrale la consapevolezza della sinistra di non potersi riferire unicamente al mondo del lavoro dipendente sindacalmente organizzato, che peraltro tende a restringersi. Si deve saper parlare -con chiarezza- a strati molto più vasti e larghi: cultura, ricerca, imprese che competono su innovazione e qualità e non su precariato e dumping retributivo e di diritti, ceto medio cui va spiegato l’errore di identificare i propri interessi con quelli del vertice della piramide sociale, giovani.
Occorre anche una strategia, che non può che derivare dalla valutazione razionalmente empirica del quadro politico, delle condizioni della sinistra, e delle condizioni del paese. E la forma politica può solo svilupparsi in parallelo, e non precedere astrattamente e come una camicia di forza, la definizione di questi aspetti.
D’altra parte, l’emergenza incombe, e non si può attendere indefinitamente il compimento di un processo certamente non facile, che non può esser portato avanti frettolosamente e prescindendo da passaggi obbligati e da inevitabili contraddizioni. Il governo procede diritto per la sua strada, agitando di fronte al parlamento il bastone di un ricorso alle urne che sin d’ora Renzi intende come un referendum, innanzi tutto contro gufi, malpancisti e contro l’opposizione interna nel suo stesso partito, alla quale, dalla Leopolda, è stato notificato con brutalità l’aut-aut dell’arrendersi o perire. Cosa che, tra l’altro, dovrebbe farla riflettere attentamente circa la sostenibilità della sua posizione.
Ma, anche a prescindere dall’eventualità di elezioni anticipate (per il momento la destra ha tutto l’interesse a non andare alle urne, e troppi sono i dubbi su un Senato ancora non soppresso), già dalla primavera prossima si presenteranno, in forma limitata ma comunque significativa, le scadenze naturali di molti Presidenti e consigli regionali. E non si potrà andare non attrezzati a quegli appuntamenti, per evitare di ricadere, per impreparazione anche se non per scelta, nella logica destra/centrosinistra.
Credo quindi che, senza perdere troppo tempo, ci si debba avviare verso una forma confederativa aperta e larga, senza preclusioni che non siano quelle dettate dalla coerenza tra i comportamenti tenuti e la necessità di costruire una sinistra moderna ed aperta, e che consenta il coinvolgimento e la messa in luce di tutte le capacità, organizzate e non, che man mano si rendano disponibili.
Nel frattempo, occorre che questa prospettiva inizi a trovare corpo anche in Parlamento, nelle discussioni e soprattutto nelle votazioni che, di qui in avanti, segneranno il cammino sul quale il governo intende procedere.
Occorre che gli italiani possano al più presto iniziare ad identificare un soggetto politico che, per quanto questo non possa oggi assumere una forma partitica di tipo tradizionale, possa rappresentare credibilmente, e quindi in condizioni di autonomia elettorale, un’alternativa culturale e politica all’incombente monopartitismo imperfetto ed all’equivoco rappresentato dall’attuale dizione di centrosinistra.

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