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La sinistra che odia le bici

A Milano il tema della mobilità urbana torna ancora una volta al centro del confronto politico e amministrativo, e lo fa attorno a un’infrastruttura tanto simbolica quanto problematica: il Ponte della Ghisolfa. Qui, dove ogni giorno si concentrano flussi di traffico tra i più intensi della città, sta prendendo forma una nuova pista ciclabile che, nelle intenzioni dell’amministrazione guidata da Giuseppe Sala, dovrebbe contribuire alla transizione verso una mobilità più sostenibile.

di Luca Rampazzo | 10 Aprile 2026

A Milano il tema della mobilità urbana torna ancora una volta al centro del confronto politico e amministrativo, e lo fa attorno a un’infrastruttura tanto simbolica quanto problematica: il Ponte della Ghisolfa. Qui, dove ogni giorno si concentrano flussi di traffico tra i più intensi della città, sta prendendo forma una nuova pista ciclabile che, nelle intenzioni dell’amministrazione guidata da Giuseppe Sala, dovrebbe contribuire alla transizione verso una mobilità più sostenibile.

Eppure, proprio questo intervento sta suscitando una reazione critica sempre più netta, non solo da parte dell’opposizione politica ma anche di rappresentanti istituzionali come l’assessore regionale Franco Lucente, che lo ha definito senza mezzi termini un progetto inutile e dannoso. Al di là dei toni, ciò che emerge è una questione di fondo che va oltre la singola ciclabile: la coerenza tra obiettivi dichiarati e strumenti adottati.

Il Ponte della Ghisolfa non è una strada qualsiasi. È una delle principali direttrici di scorrimento della città, un’infrastruttura pensata per sostenere volumi elevati di traffico e garantire connessioni rapide tra quartieri e verso l’hinterland. Intervenire su questo asse riducendo le corsie disponibili per i veicoli significa inevitabilmente alterarne l’equilibrio. E infatti è proprio questo il primo punto critico: comprimere ulteriormente una capacità viaria già al limite rischia di tradursi in un aumento strutturale della congestione.

In questo quadro si inserisce anche la dura presa di posizione del consigliere di Municipio 8 Enrico Turato (FdI), che parla apertamente di una “trappola mortale per ciclisti”. Una definizione volutamente provocatoria, ma che richiama un tema reale: l’adeguatezza del contesto infrastrutturale.

“Andrebbe studiato questo fenomeno sociologico, per cui la sinistra ama mettere a repentaglio la vita di chi pedala. Ultimo episodio di questa mania la ciclabile della Ghisolfa. Ci aveva già provato qualche buontempone nel 2020, disegnandola per terra. Naturalmente fu rapidamente cancellata, perché oltre che illegale, era estremamente pericolosa. Adesso la sinistra ci riprova, restringendo la carreggiata e mettendo in pericolo chi pedala, schiacciato tra un cordolo in cemento e il vuoto. Le vie di fuga sono importanti, come hanno capito le migliaia di cittadini che scappano da Milano. Non lasciarle ai ciclisti è il tipico sport di chi antepone l’ideologia alla sicurezza e all’incolumità delle persone”.

Al di là della retorica politica, il nodo della sicurezza resta centrale. Inserire una pista ciclabile, per quanto protetta da cordoli, in un contesto caratterizzato da traffico veloce e dalla presenza della filovia 90/91 significa collocare i ciclisti in uno spazio oggettivamente critico. La necessità di spostare la linea filoviaria e di ridurre ulteriormente le corsie disponibili genera una promiscuità funzionale che difficilmente può essere considerata ottimale.

Il paradosso è evidente anche sul piano ambientale. Un progetto nato per promuovere la sostenibilità potrebbe finire per ottenere l’effetto opposto: più traffico concentrato, velocità medie più basse, tempi di percorrenza più lunghi. Senza un reale spostamento di utenti dall’auto alla bicicletta, il rischio è quello di aumentare – e non ridurre – le emissioni.

Poi c’è il tema dei costi. L’intervento supera i due milioni di euro, con risorse in parte riconducibili al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In una città che soffre di criticità evidenti sul trasporto pubblico e sull’integrazione metropolitana, la scelta di investire su un’infrastruttura di questo tipo in un punto così delicato appare, per molti, discutibile.

Ma forse il nodo più rilevante è un altro, ed è di natura politica e culturale. La ciclabile della Ghisolfa diventa il simbolo di un approccio alla mobilità percepito come ideologico, più orientato a limitare l’uso dell’auto che a costruire un sistema realmente integrato. Negli ultimi anni, tra nuove ZTL e restrizioni alla circolazione, si è consolidata l’idea di una città che procede per imposizioni successive, senza offrire sempre alternative equivalenti.

La mobilità sostenibile, però, non può essere ridotta a una sottrazione di spazio alle auto. Richiede un equilibrio più complesso: trasporto pubblico competitivo, connessioni efficaci con l’hinterland, infrastrutture ciclabili collocate nei contesti più adatti. In assenza di questo equilibrio, ogni intervento rischia di essere percepito come imposto dall’alto.

Il caso del Ponte della Ghisolfa, quindi, non è solo una questione di urbanistica o di traffico. È il riflesso di una tensione più ampia su quale debba essere il futuro della mobilità a Milano. E finché questa tensione resterà irrisolta, anche opere come questa continueranno a dividere, più che a unire, la città.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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