È, a volte, in ciascuno di noi, una duplicità di valutazioni sulla condizione sociale.
Una, appartiene alla sfera della macerazione esistenziale fondata sulle poetiche della vita possibile, l’altra, alla sfera del contesto delle contraddizioni, coattive, degli interessi, dei desideri, della morale, delle storture culturali.
Ognuno è salvo nel mondo (multimondo) quantico; ognuno è perso entro i confini di una comunità organizzata per categorie inerziali.
A dire che può manifestarsi contraddizione (forse, vi è e ne ho rammarico) tra la mia tematica sulla “minoranza maggioritaria” e le note che qui stendo.
“minoranza maggioritaria” come pulsione ideologica/prassistica tesa a opinionare e teorizzare temi politico/sociali; quindi, operare in alvei di superamento della emarginazione di grandi masse definendo una dignità della condizione umana, contemporanea e nel suo evolversi. A dirla breve: testa di ponte della rivoluzione, perciò priva di interessi o deliqui estetici.
Salvo nel mio mondo, mi appresto alla ventilata ipotesi “evolutiva” di fecondazione surrogata; in specie quella di soddisfacimento del desiderante maschile di coppie omosessuali.
Ritengo che la fecondazione surrogata sia una espressone violenta dello spregio verso il femminino – quindi di sottomissione- operata dall’arroganza del grande capitale; volta a determinare una nuova fascia sociale di discriminazione sottomissione, adescando fragilità e povertà.
Con un paventato, possibile, seguito, non trascurabile, di sollecitare canali di arricchimento; da concedere, in frutto, a nuovi “capò”; bavosi e capaci di adeguare lo sfruttamento della prostituzione, specie minorile, verso idealità procreative.
Si dovrebbe sorriderne, ma sgomenta la esasperata dolcezza fiabesca dei “due papà”. Spunto per la identificazione e lo studio di una nuova sindrome; che penso ben definire: “la sindrome di mastro Geppetto”.
Sgomenta chi ha vissuto l‘esperienza di essere padre e che, dalla cronistoria delle circostanze di rapporto con i figli, sa riflettere sulle titubanze e le disarticolazioni nell’accudirli; finanche nel tenerli in braccio o cullarli; inebetiti e incerti, finanche impauriti, nelle gestualità che imitavano –dovevano imitare – quelli armonici della madre.
Sgomenta il trasferimento di un desiderio a dritto imprescindibile e irrinunciabile.
Un desidero non ha valore e funzione di un diritto acquisibile in funzione dell’egualitarismo o dell’uguaglianza.
Io e un altro milione di italiani desidereremmo fare una corsa di 50 metri o salire 1 piano di scale, saltando gradini. Ma la fisiologia cardiaca non ce lo consente e non possiamo pretendere un diritto tale da modificare il nostro stato, umiliato dall’impossibilità. Diritto che, in paradosso, potrebbe essere quello, per motivi costituzionali di uguaglianza, di vietare di fare i 50 metri di corsa o salire 1 piano, saltando i gradini.
Vi è nel desiderio dei “due papà” – nella “sindrome di mastro Geppetto” – una inaudita violenza verso il femminino poichè si esprime come volontà – paradosso della corsa – nel determinare emarginazione da una propria condizione di emarginazione – gravemente vissuta, per anni, e inopinatamente – che dovrebbe, viceversa, dare esperienza e coscienza di non esasperare e mortificare altre forme di emarginazione.
È comunque nel mezzo la sollecitazione alla “sindrome di mastro Geppetto”: nel mezzo economico, nella ostentazione della possibilità economica; nel discriminante, rivendicativo , della ricchezza.
Superflua ogni riflessione – anticipata o successivamente tardiva – sul possibile soggettivo turbamento sociale del figlio in età adolescenziale; nulla valendo le ipotesi di “normalizzazione” in una società mista di eterosessuali e omosessuali (si badi dico “figlio” e non “figlia” poiché ritengo che i “due papà” da se stessi respingerebbero, sentendosi inadeguati nella funzione educativa, l’ipotesi di una “figlia”).
Qui levo il mio appello alla condanna di una proclamatasi “sinistra” (affetta da sinistroidismo e perciò reazionaria, oscurantista) portatrice delle esigenze di questi nuovi “diritti” e che esaltando i desideri di alcuni e non l’interesse della stirpe progressista, cerca il consenso e il conferimento al potere da parte di lobbies, più o meno occulte.
La sinistra è un processo etico di responsabilizzazione delle masse, non la tenutaria di alcove morfologicamente infeconde.
Molti lo dimenticano.
ps
Al tempo della conclusione di questo scritto apprendo della disgustosa vicenda di Vercelli.
La sinistra dei desideri, ubriaca dell’effimero del proprio chiacchiereccio, non partecipa, non propugna, ancora una volta, la difesa, pur minima, della dignità dei deboli e consente, viceversa, che su di essi si pratichi ogni abominio, priva del coraggio etico/politico di “alzare la ghigliottina” ed eliminare il marciume della plebaglia – oltre il censo – sfruttatrice e violenta.

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