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LA SCUOLA PUBBLICA TIRATA PER LE ORECCHIE

Di Giampaolo Sbarra E’ giunto il momento di affermare con forza che la scuola non è democratica se permette a tutti di entrare, ma è democratica se permette a tutti di uscire con una formazione valida e spendibile nella società e nel mercato del lavoro.

di Giampaolo Sbarra | 4 Marzo 2011

Ennesimo appello a difesa di qualcosa; anche gli intellettuali si espongono: Jovanotti, Vecchioni, Celestini, Cerami e tanti altri. Tutti a difesa della scuola pubblica.
Ottimo il principio. Ma siamo certi che la difesa della “scuola pubblica esistente” sia la difesa della “scuola pubblica”?
Mi rendo conto che entrare nel merito – oggi, con Berlusconi al governo – rischia di essere “politicamente scorretto” agli occhi della sinistra, specie per uno come me che si ritiene ancora di sinistra; e può anche essere che ogni occasione sia buona per mettere sotto accusa Berlusconi e chiederne le dimissioni.
Ma in verità, non ci sono molte altre occasioni per parlare della qualità della scuola, anche perché questo tema non interessa granché l’opinione pubblica, più attratta dagli slogans che dall’approfondimento.
Oltre tutto la scuola pubblica, per tanta parte della sinistra, è più che altro una questione ideologica: tra i tanti che se ne proclamano difensori, sono pochissimi quelli che hanno qualche idea significativa e praticabile per migliorarla; e la scuola pubblica italiana (come anche quella privata? con eccezioni in entrambi i casi) ha necessità di radicali interventi, non essendo ovviamente sufficienti quelli effettuati dalla Gelmini.

Quando, periodicamente, vengono pubblicati i dati PISA-OCSE, non si vedono tanti intellettuali intervenire a difesa della qualità della scuola. Anzi, quei dati vengono per lo più ignorati, fino a quando – magari con molti mesi o anni di ritardo – qualche giornalista li fa riemergere, per lo più in occasione di qualche polemica politica.

E’ già tanto, in effetti, che scrittori e artisti non siano più cercati per spiegare ai lettori come ricordano i loro esami di maturità? In ogni caso non è con appelli generici che la scuola uscirà dalle secche; anzi vedo il rischio di una fossilizzazione nostalgica, se penso alle parole di Jovanotti: “ La scuola pubblica va difesa, curata, migliorata. In quanto idea e poi proprio in quanto scuola: coi banchi, gli insegnanti, i ragazzi e le lavagne. Bisogna amarla ed esserne fieri”.
Ho l’impressione che larga parte degli intellettuali (e delle persone normali) firmatari degli appelli abbiano in testa la scuola da loro frequentata (magari trenta anni prima, magari un liceo, magari classico). Insomma, molto spesso prevale un’idea nostalgica della scuola, che non corrisponde alla realtà di una scuola molto eterogenea, che spesso obbliga, annoia, allontana e punisce i giovani.
Questo modello di scuola deve essere ribaltato, perché ha prodotto – in Italia, alla faccia dei valori costituzionali – una dura e lampante selezione di classe, illudendo i ceti più deboli di poter accedere all’istruzione e di fatto relegandoli a una formazione di serie B, o C o D, mentre i giovani dei ceti sociali benestanti hanno potuto scegliere le scuole migliori, i licei (pubblici e privati).
E’ giunto il momento di affermare con forza che la scuola non è democratica se permette a tutti di entrare, ma è democratica se permette a tutti di uscire con una formazione valida e spendibile nella società e nel mercato del lavoro.
Qua si misura la qualità della scuola pubblica; e oggi in Italia, al contrario, abbiamo molta dispersione scolastica, con espulsioni ed emarginazioni dal sistema formativo e molti profondi squilibri regionali e sociali.

In conclusione: non saranno generici appelli a salvare la scuola pubblica, il cui declino è cominciato ben prima di Berlusconi.
La scuola pubblica (statale, regionale, comunale) è certamente una scuola da salvare, ma deve esserci un salto di qualità, perché la scuola esistente è una scuola ingiusta; e i docenti, l’unica garanzia della qualità esistente, di quella residua e di quella futura, vanno selezionati, valutati, pagati, incentivati e premiati.
Ma le strutture devono cambiare, sia a livello curricolare sia a livello logistico-organizzativo.
E qui serve un intervento vero e profondo con relativi investimenti: decentralizzazione del sistema scolastico (applicando il titolo V della Costituzione, voluto dal centrosinistra e oggi temuto); reclutamento, valutazione e retribuzione dei docenti a livello europeo; personalizzazione dell’insegnamento; apprendimento in rete e nuove tecnologie didattiche; cultura del lavoro.
Ecco: ho l’impressione che pochi tra i firmatari degli appelli possano sostenere riforme di questo tipo, senza le quali la difesa della scuola pubblica non ha sostanza.

Giampaolo Sbarra

Pubblicato in : Primo piano

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