
Nessun contadino, impegnato ad insegnare agli apprendisti diciottenni come usare la zappa senza darsela sui piedi, ha mai sofferto di Burnout. Il cervello umano portato a maturare al sole di Madre Natura non ha mai dato problemi a nessun contadino, pastore, pescatore o boscaiolo. Non perché quei mestieri fossero semplici o privi di responsabilità, ma perché l’apprendimento avveniva dentro la realtà, attraverso l’esperienza, la necessità, l’errore e la sua immediata correzione. Il giovane imparava facendo e, soprattutto, imparava che ciò che faceva aveva conseguenze concrete. Se la zappa finiva sul piede, il dolore spiegava meglio di qualsiasi manuale come impugnarla la volta successiva. Se il pastore non conosceva il comportamento del gregge, ne pagava immediatamente le conseguenze. Se il pescatore ignorava il mare, il mare non gli concedeva una seconda possibilità. Era una scuola senza registri elettronici, senza programmi ministeriali, senza crediti formativi e senza certificazioni, ma con un esame quotidiano al quale nessuno poteva sottrarsi. Invece maturare i cervelli a scuola è causa di stress. Il professore, se eccessivamente impegnato e responsabile, è soggetto alla cosiddetta sindrome di Burnout, e non c’è nessuna garanzia che la qualità dell’insegnamento e la qualità del sapere producano nel discente vera maturazione, vera intelligenza. Il sole della “cultura”, come tutte le produzioni umane, è a rischio, come una lampada abbronzante che ustiona invece di abbronzare, e può lasciare alunni e professori più stanchi che maturi, più informati che formati, più capaci di ripetere nozioni che di utilizzarle per comprendere il mondo. La Garanzia che la maturazione del cervello riesca a regola d’arte, senza danno per prof e alunni, non l’hanno ancora inventata.
Forse dovremmo allora dedurre che la scuola non produce prodotti finiti e garantiti, ma soltanto materie prime e semilavorati. E non è necessariamente una condanna della scuola, bensì il riconoscimento di un suo limite naturale. Nessuna istituzione può consegnare alla società, dopo un certo numero di anni di studio, un essere umano intellettualmente completo, moralmente formato e perfettamente attrezzato per affrontare la vita. La scuola può fornire strumenti, conoscenze, linguaggi, metodi di ragionamento. Può insegnare a leggere un testo, a comprendere un’equazione, a conoscere la storia, a interpretare un fenomeno scientifico. Ma non può certificare che tutto questo si sia trasformato in intelligenza critica, responsabilità personale, capacità di giudizio. Un diploma certifica il superamento di un percorso; una laurea certifica il possesso di determinate competenze. Nessuno dei due certifica la maturità del cervello. E qui sta forse il grande equivoco della nostra società: abbiamo progressivamente confuso il titolo di studio con la cultura, la quantità delle nozioni con la capacità di pensare, l’istruzione con l’intelligenza. Così può accadere che un laureato conosca perfettamente la propria materia e sappia pochissimo del mondo nel quale quella materia dovrebbe essere utilizzata. Può accadere che un giovane esca dall’università con un titolo prestigioso ma senza aver mai imparato a sostenere un’opinione, a dubitare di una certezza, a distinguere un’informazione da una propaganda. E può accadere, all’opposto, che una persona con pochi titoli possieda una capacità di osservazione, un buon senso e una profondità di giudizio superiori a quelle di chi ha passato vent’anni sui libri. Non basta dunque riempire un cervello: bisogna insegnargli a funzionare. E soprattutto bisogna consentirgli di continuare a maturare quando la scuola ha finito il proprio lavoro.
Le legioni di imbecilli, come li chiamava Umberto Eco, escono tutti dalla scuola, perché nessuno ha ancora capito con esattezza cosa serve prima, durante e dopo l’istruzione perché la cultura produca almeno la stessa qualità di “cervelli fini” garantita dalla coltura. La provocazione è forte, ma proprio per questo merita di essere presa sul serio. Se tutti gli adulti sono passati dalla scuola, non possiamo attribuire alla scuola ogni responsabilità per ciò che diventano, ma non possiamo neppure fingere che essa non abbia alcuna responsabilità. Il problema non è soltanto che cosa si insegna, ma come lo si insegna, perché lo si insegna e soprattutto che cosa succede dopo. Un ragazzo può imparare la Divina Commedia e non capire nulla della dignità umana; può studiare educazione civica e non avere il minimo rispetto per le regole; può conoscere la storia delle dittature e credere ciecamente a ogni slogan politico; può studiare filosofia senza imparare a mettere in discussione le proprie convinzioni. In questi casi il sapere non è diventato cultura: è rimasto un semilavorato. La scuola dovrebbe forse preoccuparsi meno di aumentare continuamente la quantità dei programmi e più di verificare la qualità della comprensione. Dovrebbe restituire centralità alla curiosità, alla discussione, alla capacità di fare domande. E dovrebbe anche riconoscere che l’errore non è necessariamente un fallimento: spesso è il primo vero maestro. Il contadino che insegna la zappa sa che l’apprendista deve provare, sbagliare e riprovare. Il sistema scolastico, invece, troppo spesso trasforma l’errore in un numero, in un voto, in una bocciatura o in un’etichetta. Così il ragazzo impara a evitare l’errore più che a comprenderlo. E un cervello che ha paura di sbagliare difficilmente diventerà un cervello libero.
La maturità, insomma, non è un prodotto che si possa ordinare alla scuola e ritirare al termine del percorso con tanto di certificato di conformità. È un processo molto più lungo, che comincia nell’infanzia e continua per tutta la vita. La scuola può accendere una lampada, ma non può garantire che quella luce venga utilizzata bene. Può mettere nelle mani di un ragazzo gli strumenti del pensiero, ma non può impedire che li usi male o che decida di non usarli affatto. Per questo alla scuola deve affiancarsi la famiglia, la società, il lavoro, la cultura, la responsabilità personale e persino quella realtà concreta dalla quale l’educazione contemporanea tende talvolta a proteggere troppo i giovani. Un cervello maturo non è quello che sa rispondere correttamente a tutte le domande di un esame, ma quello che sa riconoscere una domanda importante quando la incontra nella vita. È quello che sa dubitare senza diventare incapace di decidere, che sa cambiare idea senza vergognarsene, che sa distinguere l’autorità dall’autorevolezza, il sapere dalla presunzione di sapere. Forse dovremmo smettere di pretendere dalla scuola prodotti finiti e cominciare a chiederle semilavorati di buona qualità: giovani curiosi, preparati, capaci di ragionare e soprattutto consapevoli che il lavoro di maturazione non finisce con l’ultimo giorno di scuola. Il resto spetta alla vita. E la vita, a differenza della scuola, non assegna voti: presenta direttamente il conto.
Franco Luceri

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