“La gente non sorride più vediamo un mondo vecchio ormai, ci sta crollando addosso ormai, ma che colpa abbiamo noi. Sarà una bella società, fondata sulla libertà..però spiegateci perché se non pensiamo come voi ci disprezzate come mai… ma che colpa abbiamo noi”.
Cantava Shel Shapiro dei Rokes negli anni 70 più o meno. Dunque, “nihil sub sole novum”.
Dal sessantotto, ma forse anche prima, gli studenti , i giovani in genere, sono scesi in piazza. Ogni generazione ha detto a sua e si è ribellata alle generazioni precedenti, genitori, nonni , evvia discorrendo.
Non occorre descrivere le motivazioni, le conoscono tutti. Almeno chi è nato, cresciuto e invecchiato, nella seconda metà del secolo e del millennio scorso.
Negli anni 70 con i capelloni, le minigonne della Mary contro le gonnellone anni 50 sotto al ginocchio. Due delle esternazioni che mi vengono in mente dato che, ahimé le ho vissute. Essendo datata.
E poi, la scuola. Ricordo quando aspettavamo con ansia, noi mediosuperiorine, la liberazione da parte degli universitari che ci “buttavano fuori” dalle aule magistrali, la Pascoli di Firenze per la mia esperienza. Buttarci fuori , quasi con violenza, parrebbe. Ma noi non vedevamo l’ora di saltare le lezioni. Quali erano le motivazioni di tale comportamento?. Perché protestavamo? Per quel che ci veniva in mente, al momento, o poco più.
E poi, all’università, nel mio caso Magistero, le occupazioni.
Un aneddoto. Stavamo occupando la facoltà, non chiedetemi perché dato che non lo ricordo. Qualcuno rimaneva anche di notte mangiando scatolette di tonno. No, no, ancora i cinque stelle non esistevano! Comunque ogni generazione avrebbe voluto e vorrebbe cambiare il mondo, sognando di migliorarlo. E sputando nel piatto in cui mangia.
Dunque, un gruppetto di facinorosi, fra cui la sottoscritta, avevano occupato l’aula magna,
A un certo punto si sentono i vecchi che gridano” la politica, la politica”. La polizia. Naturalmente noi, torde, fagioli, non siamo scappate, mentre loro se la sono data a gambe.
Noi pensavamo di essere al sicuro, di avere il diritto di protestare contro ciò che non ci piaceva e da cui ci sentivamo oppressi. Le “dittature” ci sono sempre state. Se per dittatura si intende il rispetto delle regole, delle norme, delle leggi.
Fui interrogata dal magistrato, insieme alle mie colleghe, stranamente tutte donne. E ricordo ancora le lacrime che mi scendevano mentre il cattivone mi sgridava e mi accusava di azioni nefaste mai fatte. Avrei dovuto, secondo lui, fare la spia e dire i nomi dei fuggitivi. Nemmeno per sogno!
Tutto finì in una bolla di sapone, naturalmente.
Da lì in poi il varo le di variegate riforme scolastiche, una peggio dell’altra, a mio modesto parere.
E, negli anni, abbiamo assistito alle consuete manifestazioni delle nuove generazioni che protestavano contro qualcosa o qualcuno. Sempre più turbolenti fino ad arrivare alla violenza, verbale e fisica. A volto coperto.
E quello che abbiamo visto in questi giorni non si era mai visto. Almeno io non lo ricordo.
Vabbè che c’è stata la pandemia e i ragazzi hanno sofferto. Vabbè che la dad li ha un attimino rincitrulliti. Alcuni, più fragili hanno davvero sofferto, tanto da arrivare a patologie psicosomatiche.
Ma protestare contro lo scritto d’italiano alla maturità, pare francamente una reazione esagerata. Come se prima del covid non sapessero né leggere né scrivere né far di conto. Magari avrebbero potuto chiedere agli insegnanti di tener conto del disagio di questi due anni di anda e rianda dalle aule scolastiche. Ma nulla di più.
E poi, quello che a mio avviso non sta né in cielo né in terra, è l’introduzione nell’affaire scuola lavoro, secondo alcuni mero sfruttamento da parte delle imprese, dei due poveri ragazzi che hanno perso la vita in incidenti, più o meno colposi, durante quello che una volta si chiamava tirocinio nel percorso scolastico, o apprendistato alla fine del medesimo.
Certo, con altre regole, certo, in altri tempi. E mi sono imposta, da sempre, di non dire mai ai miei…
“Coloro che hanno aggredito i lavoratori di polizia oggi, evidentemente, non vogliono alcuna mediazione e non sono parte della lotta legittima, intrapresa dai manifestanti, sono solo contro lo Stato e contro gli stessi studenti”.
“C’è chi riesce solo a vedere i manganelli che si alzano”, commenta Eugenio Bravo del Siulp torinese, “ma non riesce a intravedere, forse perché non lo vuole, le mazzate inferte con le aste di bandiera sulle forze dell’ordine da parte dei manifestanti”.
“Se invece qualcuno crede che le forze dell’ordine possano diventare il cuscinetto su cui ammortizzare tutti i mali della società mietendo quotidianamente vittime nelle loro fila, si troverà di fronte il Siulp di Torino che non si rassegnerà minimamente a sacrificare i colleghi in nome di una pseudo morale”.
Mala mala tempora currunt.
Per tornare alla scuola e alla sua condizione attuale , abbiamo sotto gli occhi alcuni interrogativi che da sempre tormentano l’uomo e che, ancora oggi, non hanno trovato una risposta. Fra questi il quesito sulla natura e la funzione della mente umana. L’unica certezza di emancipazione, sorta insieme alla rivoluzione scientifica, sembrava essere l’evoluzione incontrastata del potenziale intellettivo e intellettuale umano. Ma questa concezione, purtroppo, oggi viene messa in discussione dall’onnipresenza della tecnologia e dallo sviluppo delle intelligenze artificiali.
Carla Ceretelli

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