Il casolare come luogo del lavoro e del cuore, della famiglia e della produzione, ma anche del turismo e dell’attrazione. La corte come un mondo. La cascina come un piccolo paese. Che belle che sono le nostre residenze agricole.
Ma le vedete quelle corti agricole mentre passate dai viali o dalle stradine delle nostre terre? Scorgete quei casolari così imponenti e monumentali anche se disabitati da tempo? Corti agricole, cascine di campagna, fattorie e casolari, più o meno grandi e importanti sono un pezzo fondamentale del nostro paesaggio toscano e di tante zone d’Italia. Dal Chianti alla Maremma, dalla Val d’Elsa al Casentino: noi ci siamo abituati, forse. Ma quando passa dalle nostre parti uno straniero, che non conosce la nostra ruralità, rimane e rimarrà incantato da tanta bellezza semplice e austera, da tanta architettura di residenza e di lavoro. Talora erano grandi comunità da venti o trenta abitanti e davano un volto all’umanità, dove spesso le differenze diventavano forza, aiuto, solidarietà. Oggi un po’ meno. Sono cambiati sistemi e rapporti.
La corte come epicentro di vita e rifugio per tutti, per quelli che ci abitano e ci lavorano e per quelli che se ne sono andati, per motivi di studio o di lavoro, ma che non vedono l’ora di tornarci, appena possono. Incontri i cortigiani della campagna. Ci sono corti che sembrano abbracci, gli edifici formano dei castelli rurali quadrangolari. Ci sono casolari che hanno tutto: la casa padronale lì in fondo al centro con due o tre piani e finestre e finestroni grandi con quella porta di legno e magari un cancello in ferro proprio davanti. Serviva e serve a tener fuori galline e altri animali da cortile nella stagione estiva quando si lasciava aperta la porta centrale per dare un po’ di refrigerio a tutta la casa. Accanto, di solito perpendicolare alla linea di facciata della casa padronale, o a volte di fronte, il grande portico, quello dove si accatasta il foraggio e si depositano gli attrezzi, dove si mette l’erba appena tagliata e raccolta o dove si mette il fieno per l’alimentazione delle bovine o dei vitelli. Roba da centinaia di metri quadrati ovviamente. Attaccato al portico o di fianco la grande stalla, antica o moderna che sia, o che fosse. Una volta c’era la stalla semplice quella a forma di corridoio con tanto di colonne di marmo e due stalli sotto ogni volta, che poteva accogliere due capi di bestiame. Nella stalla della mia infanzia c’erano circa 20 mucche e un toro e poi una quantità variabile di vitelli o vitellini, che di solito stavano in fondo dove c’erano gabbiette o casette più piccole. Che odore di latte che si spargeva quando i vitellini andavano a magiare direttamente dalle loro mamme!
Le mangiatoie fino a metà anni settanta erano alla cieca e cioè bisognava dare il foraggio con tridente e braccia passando tra una bovina e l’altra, che a volte ti smusavano le braccia, poi con l’emancipazione delle architetture rurali si sono realizzati i finestroni cosicché si poteva dare il foraggio stando all’esterno con maggiore comodità. Adesso è tutto robotizzato e le stalle sono per le bovine quasi delle residenze da Grand Hotel e per gli allevatori c’è maggiore comodità d’azione. Ma una volta si faceva tutto a mano: dalla raccolta del letame alla mungitura, dal giro per l’abbeveratoio, sotto il portico con la pompa a mano, sino alla somministrazione di foraggio e mangime. Che mondo il mondo delle corti!
Accanto alla casa padronale c’erano di solito le case per i braccianti e i lavoratori fissi o temporanei dell’azienda agricola. Diceva mia nonna che a volte nella “sua corte” si arrivava a contare anche trenta abitanti. Quasi come una piccola frazione. Si faceva presto: tre quattro persone nella la famiglia del proprietario, tre o quattro persone nelle famiglie dei due o tre figli che rimanevano a collaborare, più tre o quattro persone per ogni nucleo delle famiglie di braccianti e collaboratori, metti poi qualche cognato o cognata, cugino o zia, che rimaneva come -si dice- in casa, beh facevi presto ad arrivare al numero di un piccolo paese. Difficile sentirsi soli.
E le “purtghine”? Traduzione difficile. Piccoli e bassi caseggiati in un lato della corte dove si ospitavano i piccoli allevamenti di conigli o di polli, di oche o di galline, di faraone o di anatra o spesso di tutto un po’. Poi c’era la stanza del falegname, quella del meccanico e un portichetto con il forno a legna per fare il pane, tra un pollaio e l’altro. Nella corte della mia infanzia la corte era proprio come la piazza di una paese. Quadrangolare perfetta. Di fronte la casa, porti e stalla a destra, purtghine a sinistra, case dei collaboratori a fianco della casa padronale e poi garage, magazzini, cantina, tettoie e via elencando. In mezzo l’aia, una vera e propria agorà, perché l’aia era ed è il punto d’incontro di tutti per parlare, discutere, programmare, lavorare, chiacchierare. Raramente ci si trovava al centro al centro dell’aia, spesso ai bordi in piedi o seduti in s’al risol, sul ricciolo in pietra che delimitava l’aia-piazza. Di martedì arrivava il furgoncino del venditore ambulante soprattutto di prodotti alimentari e materiali per le pulizie. Si piazzava sullo stradello tra ingresso del palazzo e l’aia e la nonna rasdora andava a fare le compere per tutti. Biscotti e zucchero, vasetti di qualcosa che si poteva conservare, un flacone di bagnoschiuma ma non il sapone perché quello si faceva ancora in casa. Tutto o quasi si faceva, si produceva o si trasformava in casa, dalla conserva ai salumi, dalle verdure alla frutta, dai formaggi alle carni.
E ricordo che la nonna “tirava” sempre sul prezzo o si faceva dare un omaggio sul conto totale. Rasdore di una volta, reggitrici di famiglie che erano quasi un piccolo esercito. Mettere a tavola 20 o 30 persone a pranzo e a cena non era uno scherzo, allora era normale, adesso siamo in crisi quando siamo in otto. “Oddio, devo aprire la tavola” si sente il lamento quando arriva qualcuno. Allora la tavola era sempre aperta e non ci si meravigliava per nulla se si aggiungevano persone all’ultimo momento. Durante la mietitura o la trebbiatura, durante la raccolta delle bietole, durate la vendemmia arrivavano operai, braccianti, raccoglitori da ogni paese vicino, all’una circa era pronta la “ramina” la grande pentola con i maccheroni ai fagioli per tutti, chili e chili di pasta che adesso vediamo quasi solo nelle fiere. Tutto questo era ed è la corte agricola, patrimonio del ricordo, patrimonio dell’umanità.
Certe corti avevano e hanno anche la cappella privata più o meno affrescata e più o meno grande per riti di famiglia e cerimonie. Quasi ovunque immagini sacre come le immagini della Madonna sulle pareti e le statue di Sant’Antonio su un capitello della stalla o dei portici. Voci si rincorrevano sempre, a tutte le ore, d’estate poi fino a sera avanzata. Al mattino presto rumori di trattori e la prima mungitrice che emetteva sibili lunghi. D’estate il Landini tron tron per l’irrigazione. Il nonno affilava la lama della falce. La zia nell’orto a guardare i peperoni e una donna col fazzoletto nero in testa, di un’età imprecisata e imprecisabile, passava in bicicletta dalla strada. E salutava tutti. Che storia, la corte!
Fabrizio Binacchi

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