Mi sono ricordato di un professore, eppur il nome mi sfugge, che affermava che i ragazzi nei giorni di vacanza, avrebbero fatto bene a lasciare i libri di scuola in un cassetto. Avrebbero dovuto, invece, scavallare all’aria aperta, stare al contatto col mondo, fare combriccola, giocare al calcio, correre. Chi poteva addirittura, salire sugli alberi e se fossero stati ciliegi, scaricarli a più non posso invece di farlo fare agli storni. Questo professore, suggeriva che i ragazzi, in quei giorni, avrebbero dovuto incontrarsi, e chi aveva la fortuna di stare in campagna, o vicino ai prati, viverli anche distrattamente. Chi aveva la fortuna di stare al mare, ugualmente, immergervisi, magari invitando un amico meno fortunato, che vivendo in città non aveva a disposizione quelle bellezze che, per taluni, il Padre Eterno, gli aveva messo a disposizione; fatto salvo per coloro che vivessero in città d’arte, sia pur mai arrivando alla natura. Tutto si apprezza, quando siamo immersi nella bellezza, quando essa educa senza che te ne accorgi. Io facevo lunghe passeggiate per Firenze, o a Siena quando vi arrivavo col treno. Nei giorni d’estate e avendo la fortuna di poter vivere anche in campagna, raccoglievo l’erba di finocchio selvatico sui cigli delle strade, per sposarmi con la Stefania, amica del cuore, bionda dalle labbra di lampone, su quelle sterrate di Capezzana, o guardavo silente i cipressi al crepitio delle cicale che come cattedrali gotiche svettavano al sole pomeridiano non meno caldo che di quello di oggi, su per tutta l’ombrosa via, fino alla villa. Avevo avuto fortuna, devo dire, perché posso ricordare da piccino, il tramonto infuocato del golfo di Napoli dalla terrazza di mia zia a Meta di Sorrento. La bellezza inconsciamente mi apparteneva e mi educava con pazienza senza proferir verbo. Chiunque però, inseguendo una bici, o gli amici che col pallone viaggiavano trionfanti al campino di calcio, si sentiva felice di ciò che era vissuto con spontanea emozione. Tutti, osservava questo professore, hanno diritto a vivere dopo lo studio e l’impegno profuso sui banchi di scuola, di gioie che resteranno l’eldorado intimo di ciascuno e la formazione morale ed intellettuale, dei più luminosi e sereni giorni che consolidano l’anima. Eppure questa scuola italiana, che non ha capito, inventa gli Stage. Impone ai ragazzi di fare mesi dentro un’azienda, privata o pubblica che sia, a far lavoretti scemi per giunta non pagati, quindi, da sfruttamento minorile. La demenza non ha eguali. In un paese dove il lavoro quasi non esiste più, i ragazzi vanno a perdere tempo in aziende che non li assumeranno mai, che mai daranno una formazione, o l’educazione necessaria; quel bagaglio di esperienze urgenti e necessarie. Mai quei ragazzi vi lavoreranno perché qui, in questo paese, il valore dell’individuo ha poca importanza, non è necessario, è pigro, accidioso, è il sistema che non riconosce che un foglio di carta, o il gioco del “do ut des” , delle sistemazioni per eredità continuativa, per tirare a campare. E’ la buona scuola italiana, che continua imperterrita a sciupare ragazzi immanentemente, oltre le ore dell’aula.
Enrico Martelloni

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