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La scuola di tutti e per tutti …gli usi

Tra il 2008 e il 2012 vengono sottratti oltre 10 miliardi al bilancio della scuola e dell’università con una perdita complessiva di oltre 126.000 posti. Non sorprende dunque che il nostro Paese abbia dato vita alle cosiddette “classi pollaio”.

di Sabrina Barresi | 2 Maggio 2021

Da sempre la scuola è nei pensieri di tutti. Oggi più che mai. Parlamento, governi regionali, sindaci, per tutti la scuola rappresenta una priorità. Draghi ha ravvisato sin dal suo insediamento la necessità di recuperare le ore perse di didattica in presenza. La Scuola in Sicurezza è faro del governo Conte. Renzi in precedenza aveva varato la “Buona Scuola” mentre con il governo Letta “L’istruzione riparte”. Il supertecnico ministro Profumo aveva puntato a realizzare la “Nuova Scuola” che faceva seguito alla scuola “per tutti e di ciascuno” voluta dal governo Berlusconi.

Ogni governo, di destra e di sinistra, perviene alla stessa soluzione: una sostanziale sforbiciata ai fondi per la scuola. Tra il 2008 e il 2012 vengono sottratti oltre 10 miliardi al bilancio della scuola e dell’università con una perdita complessiva di oltre 126.000 posti. Non sorprende dunque che il nostro Paese abbia dato vita alle cosiddette “classi pollaio”. Più recentemente il governo Gentiloni ha previsto, nel triennio 2018-2020, il taglio di 160 milioni di euro alla scuola statale. I successivi bilanci 2019 e 2020 si muovono nella stessa direzione. Non dovrebbe quindi sorprendere che negli ultimi 20 anni oltre 3,5 milioni di studenti hanno abbandonato la scuola, rinunciando così ad un futuro migliore. In pratica, è come se fosse sparita un’intera città senza che nessuno se ne sia accorto. Distrazione, superficialità o omissione?

Insieme all’Italia dal 5 marzo 2020, a causa dell’emergenza da Covid-19, è cambiata anche la scuola sospendendo, su tutto il territorio nazionale, le attività didattiche in presenza e attivando la didattica a distanza, la mitica DAD. Unica eccezione lo svolgimento in presenza degli esami di Stato. Il nuovo anno scolastico 2020/21, in considerazione dell’andamento diffusivo dell’epidemia, da ottobre vede limitate progressivamente le attività didattiche in presenza e la DAD, tra altalenanti rientri in presenza al 50%, prende il sopravvento. La riapertura della scuola in presenza al 100% dal 26 aprile diventa l’emergenza nazionale, la questione cruciale al pari della ripartenza delle attività produttive e della ripresa del Paese, tanto da sottrarre spazio ad ogni altra discussione. Eppure, l’ultima campanella nelle diverse regioni dovrebbe suonare fra circa 30 giorni o poco meno di scuola. TRENTA GIORNI. Trenta giorni o poco meno durante i quali la scuola potrà e dovrà agire sul disagio giovanile, restituire la perduta socializzazione, ridare fiducia verso il futuro. Trenta giorni o poco meno per cancellare l’impatto emotivo dall’esperienza vissuta. Trenta giorni per promuovere attività di recupero e consolidamento degli apprendimenti, sviluppare capacità collaborative e rafforzare l’autostima. Sfugge che in questi 30 giorni o poco meno la scuola dovrà procedere alle valutazioni di fine anno necessarie per giungere agli scrutini finali che in virtù del decreto Rilancio (art.23 bis) sono previsti per l’anno in corso entro il termine delle lezioni. Distrazione, superficialità o omissione?

Sabrina Barresi    (da newsletter di Società Libera)

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, berlusconi, draghi, euro, fine anno, futuro, governo, governo berlusconi, parlamento, renzi, scuola, soluzione, studenti, usi

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