Nelle pieghe di una società in cui molti sono impegnati nell’attività di produrre per consumare, di consumare per apparire e di apparire per esistere, è facile redigere l’elenco delle priorità esistenziali, dei moderni idoli, dei nuovi vitelli d’oro. E lo diciamo subito: in tutto questo affanno, in questa rincorsa che pare senza fine, non c’è posto per Dio. Dio è scomparso. Sbaglieremmo però se pensassimo che Dio sia scomparso a causa della preponderante attenzione ai beni della vita proposti dalla società del consumo. La scomparsa è l’effetto di un fenomeno ben più profondo, ben più radicato in ciascuno di noi: la presunzione, il senso di emancipazione da tutto – e quindi di onnipotenza – che si sono impossessati delle nostre coscienze. Difficile da riconoscere, imbarazzante da ammettere: tutto ciò che non si può ‘sperimentare’ (nel senso di toccare, godere, comprare, consumare…) è come rimosso, è al di fuori della nostra signoria, contraddice l’uomo moderno e ‘libero’, appartiene ad una sfera problematica che si ritiene di appaltare a preti e filosofi, mentre là fuori premono cose ben più urgenti, la vita è un menù di priorità di fronte alle quali non c’è tempo… per questioni da perditempo. L’impegno profuso nella conquista e nel consumo di quei beni della vita è il logico corollario di questo superomismo senza umanità, di questo ‘umanesimo’ del terzo millennio.
Spesso, quando interpello qualcuno su argomenti che mi ostino a considerare cruciali, mi sento rispondere: “Non mi interessa”. Dio, in effetti, è al di fuori dei ricorrenti pensieri, è un ‘prodotto’ senza appeal ovvero difficile, lontano; dunque “non interessa”! Ma sono la qualità, il tono della risposta che, nel caso, ancor più sorprendono: perché portano un pizzico di malcelato disprezzo, sono dati con sufficienza, come a dire: “Ancora ti attardi in queste sciocchezze? Ma pensa alla vita!”. Se mi interesso a Dio, al problema dell’aldilà, a questioni metafisiche, sono un coglione, un perdente, uno che non ha ancora capito come si deve stare al mondo.
Ecco perché poi mi sento riavere al solo suono di una campana parrocchiale… e anche il canto del muezzin mi è grato: mi rammentano, in qualche modo, che non tutto è perduto.
Si badi: se qualcuno accogliesse queste mie affermazioni come un rimprovero, un disappunto per la mancanza di fede, un incitamento ad aderire a qualche religione o confessione, dimostrerebbe di avermi completamente travisato. Qui non si parla di carenza di fede, ma della pretesa che l’uomo possa vivere senza (mai) fare i conti con il “problema di Dio” e quindi con la propria vicenda. Ho rispetto per tutte le opzioni, per tutte le possibili scelte: l’ateo che discute e polemizza mi è simpatico; l’agnostico che si arrovella e poi sospende il giudizio, lo scettico che ‘accetta il contraddittorio’ ma professa l’inconoscibilità, su un piano razionale, di ogni entità metafisica, assumono posizioni discutibili come discutibili sono – sempre in termini di pura razionalità – le scelte di un cristiano, di un ebreo, di un islamico, di un buddista. In tutti questi casi abbiamo comunque uomini che affrontano, ciascuno secondo il proprio intendimento, l’argomento, la ricerca, la sfida. E con ciò si interrogano sul significato dell’esistenza, su questioni etiche e morali, finendo per affrontare – alla luce di quelle – anche ciò che appare banale, quotidiano.
Non c’è autentica prospettiva di sviluppo sociale, se la società è composta di individui sempre più deprivati della affascinante complessità che da sempre appartiene all’uomo. Dio “appartiene” all’uomo, come all’uomo appartengono la prospettiva dell’immortalità, l’origine dell’universo e tanto altro ancora. Deprivati non solo di Dio – dunque e a ben vedere – ma innanzitutto di se stessi. Se l’uomo vuol porre autenticamente se stesso al centro della propria esperienza, deve affrontare umanamente tutto ciò che appartiene alla propria natura. Essere uomo per cercare di essere, oltre al resto, anche un buon cittadino. Un protagonista cosciente e critico di questo tempo. Mi sembrerebbe di dover citare un commediografo latino, il quale con grande sobrietà ha scolpito una rivendicazione di identità, un ‘programma’ valido per i secoli: homo sum, nihil humani a me alienum puto. Dio non può che essere dentro questo programma: per essere affermato, messo in discussione o anche solo per essere confutato, tutto questo resta indiscutibilmente campo di opzioni individuali.
Paolo Marini

Condivido l’articolo e mi congratulo con il suo Autore. Anche la citazione di Terenzio Afro ci accomuna.