Dovevate vedere le facce dei turisti in giro per il corso centrale che non si chiama corso ma via Roma. Ché in Italia vale come corso. Occhiate sorprese e sguardi pieni di disappunto Ma come? Ogni due vetrine, una chiusa. Ogni due o tre negozi uno sbarrato, da tempo.
Lucchetti e cartoni, scritte disarmanti, catene alle maniglie, sbarre di legno. Proprio qui a Busseto, provincia di Parma, la città che ospita il ricordo più ricordato di uno degli italiani più famosi al mondo, Giuseppe Verdi, qui dove si fa il Festival Verdiano, qui dove si onora uno dei padri culturali e quindi politici del nostro Paese, proprio qui il centro storico sembra si sta riducendo, con al scomparsa delle botteghe storiche, le care vecchie botteghe di strada.
Un barbiere, o barbitonsore, un negozio di articoli sportivi, un negozio alimentare, una antica trattoria spostata più avanti verso la circonvallazione qui è difficile parlare di periferia nel senso di lontananza dal centro. Più che arie verdiane ci prende una malinconia gozzaniana: vetri coperti da cartoni e giornali, lucchetti alle maniglie, cartelli di annunci che purtroppo non c’è più lavoro abbiamo dovuto chiudere datati, molto datati.
A pochi metri dalla celebrativa piazza Verdi con quel gigantesco e attrattivo monumento al Maestro che, spalle al comune e al teatro guarda il borgo, il borgo sembra stringersi e cambiare connotati.
Entriamo in una storica salsamenteria che ha in vetrina i tesori e i gioielli del posto: grappoli di prosciutto e stese di salami che alla sola vista ti fanno venire l’acquolina in bocca. Prima di noi una coppia di turisti ha comprato pezzi di gioielli.
La signora ci fa assaggiare una fettina di salame prima di vendercelo: molto buono. Poi anche una fettina di prosciutto prima di vedere: ri molto buono. La signora ci guarda e si vede che ha voglia di parlare. Noi le facciamo i complimenti per la bottega storica e per i prodotti e lei ci dice: “ah fin che resistiamo perché qui tra problemi economici e problemi ambientali se trovo da vendere io vendo”.
Quasi una stanchezza esistenziale. Una abdicazione alla presunta modernità. No signora non dica così, le diciamo. Convinti che tanto non abbiamo voce in capitolo ma almeno ci proviamo.
Succede a Busseto, ma in quanti altri paesi e città chiudono le botteghe di strada, le storiche botteghe dei portici? Accade un po’ ovunque purtroppo. Centri che si spopolano, botteghe che chiudono: chiudono perché non c’è mercato e dicono che ormai tutti vanno ai centri commerciali. Vie e corsi con parecchie vetrine chiuse a Mantova come a Pistoia, a Trieste come a Rovigo, a Rimini come a Fiuggi. Per parlare di posti visti, ovviamente, di persona.
Eppure la riqualificazione urbana, la rigenerazione dei luoghi passa anche e soprattutto da qui: dalla vitalità dei centri storici fatta non solo di rivendite di materiali elettronici e di qualche bar, ma anche dalle botteghe che fanno paese: alimentari, servizi, rigattieri, osterie, artigiani e scarpolini, idraulici e lattonieri, cremerie e tessutai, tornare alle strade piene di vita è la vera rigenerazione urbana.
Non basta un progetto legno e vetro con giardini verticali per fare la rigenerazione, ci vogliono quei luoghi che fanno la vera vita sociale, altrimenti si rischia di buttare sul territorio modelli urbanistico accademici che lasciano il tempo che trovano. Anzi a volte lo peggiorano. Se volete possiamo fare qualche nome.
Fabrizio Binacchi

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