
La Russia oggi vive, di fatto, in modalità economia di guerra. La spesa militare viaggia intorno ai 150 miliardi di dollari l’anno, circa il 7 per cento del PIL solo per tenere in piedi esercito, armamenti, munizioni e tutta la macchina bellica. Nel bilancio dello Stato questo significa una cosa molto semplice: difesa e sicurezza si prendono da sole una fetta enorme delle uscite pubbliche, all’incirca un terzo abbondante, sfiorando quasi i due quinti. Una montagna di soldi che non finisce in strade, scuole, ospedali o pensioni, ma in uniformi, apparato militare e controllo interno.
Dall’altra parte c’è lo stato sociale, ed è lì che si vede la ferita. Nella manovra per il 2025 le spese sociali vengono tagliate di circa il 16 per cento, scendendo a qualcosa come 6,5 trilioni di rubli. Tradotto: più di un trilione di rubli in meno per welfare, sussidi, sostegni alle famiglie e servizi che rendono vivibile la vita quotidiana della gente comune. Non servono frasi ad effetto o decreti da post virale: basta guardare come si sposta il denaro. Ogni rublo spinto verso la guerra viene tolto, in modo lento ma costante, da ciò che in un paese normale dovrebbe tenere insieme il patto tra Stato e cittadini.
Se proviamo a metterci nella testa di Putin, l’uscita dalla guerra non è una pace vera, ma una sorta di pareggio truccato da vittoria. Gli basta congelare il fronte più avanti possibile, tenersi un pezzo di Ucraina, costringere Kiev a riconoscere di fatto lo status quo e vendere a casa l’idea che “la Russia ha resistito all’Occidente intero”. È una strategia di logoramento: logorare l’esercito ucraino, logorare la pazienza dell’Europa, logorare l’unità dell’Occidente finché qualcuno, a Bruxelles o a Washington, non comincia a dire sottovoce che forse è ora di chiuderla qui, anche al prezzo di qualche concessione.
Nel suo schema mentale non c’è un armistizio pulito, c’è un tavolo finale in cui lui arriva ancora in piedi, con il fronte fermo, e può dire al suo pubblico interno: abbiamo tenuto, non ci hanno piegato, ci riconoscono le nostre conquiste. È un calcolo cinico fondato su due scommesse: che l’Occidente si stanchi prima dei russi e che gli ucraini, dissanguati e lasciati a corto di armi, non possano fare altro che ingoiare l’amaro.
Tuttavia, e detto per inciso, l’Occidente, con tutti i suoi difetti, non è lì ad aspettare di farsi prendere per i fondelli da Putin.

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