
Confesso che, pur amando Sofonisba Anguissola, mi era sfuggita questa sua opera che, invece, ho scoperto qualche giorno fa seguendo una lezione del maestro Caroli.
E la trovo davvero straordinaria.
Ritrae tre delle sue sei sorelle mentre giocano a scacchi.
Anzi, ad essere immortalato è proprio il momento in cui Lucia muove scacco matto a Minerva sotto gli occhi divertiti di Europa.
Già un ritratto familiare tutto al femminile era, per il 1500 (e non solo), qualcosa di assai raro.
Ma la sensibilità con cui vengono colte le tre diverse psicologie e l’intimità che ne viene trasmessa e che, letteralmente, ci parla a distanza di quasi mezzo millennio come se fosse oggi, tolgono il fiato come solo può farlo una magia.
Ed ecco il punto.
La ritrattistica dei grandi maestri della pittura (e Sofonisba lo è) è magica.
La fotografia, mia grande passione (l’unica, peraltro, in cui penso di avere un barlume di talento), non arriva ad esprimere la medesima magia.
Perchè, per quanto possano essere potenti i ritratti dei grandi maestri (Sanders, Man Ray, Stieglitz, Avedon, Cartier Bresson, Bailey ecc.), riescono, si, a cogliere l’anima del soggetto.
Ma non sono mai, a loro, volta creatori di vita.
Ed, infatti, Roland Barthes (nel suo saggio fondamentale “la chambre claire”) definisce l’immagine fotografica come la rappresentazione della morte.
Perchè il soggetto, nel preciso momento in cui viene ritratto, muore.
E’ un momento compiuto. Non tornerà mai più. Quella persona non esiste nè esisterà mai più.
Il grande fotografo ha saputo rappresentarla nella pienezza della sua complessità umana e psichica. Ma ne ha tratto un effige che, per quanto sublime, resta un’effige.
John Ford o Groucho Marx ritratti da Avedon, raccontano di sé con un intensità che stordisce . Ma non ci parlano. Non sono vivi davanti a noi.
Quello che mi ha sempre impressionato e, devo dire, commosso della grande pittura (soprattutto quella del XVI e del XVII secolo) è la sua dimensione creatrice.
Nel senso di riuscire a creare la vita. Non solo a rappresentarla o riprodurla. Ma crearla.
Rendere la tela una finestra magica che affaccia su vite che sono vite viventi. Qui ed oggi. E sempre.
Le tre sorelle Anguissola si rivolgono e si mostrano a noi come entità che appartengono, a tutti gli effetti, alla nostra coscienza presente. Ci dicono di se stesse un qualcosa che, non solo, intendiamo ma di cui siamo portati, magicamente, a parlare direttamente con loro.
E’ come se da un remotissimo passato ci giungesse la frequenza di un suono che non ha mai smesso di espandersi e quindi è vitale, ora come allora. Fu ascoltato dai coevi come è ascoltato dagli attuali. E’ sempre lo stesso suono. Per quanto la sensibilità uditiva possa essere profondamente cambiata nei secoli quel suono è quel suono.
Così come l’anima delle persone è sempre l’anima, a prescindere dall’epoca in cui è collocato il loro passaggio terreno.
Questa magia è rinvenibile in moltissimi capolavori.
Si pensi al celeberrimo ritratto di Rembrandt che brinda felice con la moglie Saskia.
Quella coppia gioiosa è qui. Qui e adesso al nostro cospetto. Per l’appunto ci parla.
Ma a venirmi in mente è un quadro minore di uno dei miei autori preferiti ovvero Anton Van Dyk.
Lo vidi al Prado che ero trentenne. E rappresenta due pittori amici suoi, sorridenti nella loro giovinezza. Un’opera d una semplicità assoluta. Ma ricordo che restai a lungo a osservarla. Perchè quei due giovani mi stavano parlando. Li sentivo vivi quanto se non più di me. Ed erano lì, con me, come ad accogliermi in quella nobile cerchia amicale di quasi coetanei. E’ un ricordo che resta incorrotto a 25 anni di distanza, per dirne l’emozione.
E la scoperta della “partita a scacchi” mi ha lasciato un’emozione del tutto analoga.
Ed è singolare (o, forse, no) che proprio Anton Van Dyk, durante una delle sue permanenze in Italia negli anni 20 del 600 (era un pittore di corte assai richiesto), volle rendere visita a una Sofonisba, ormai, completamente cieca e prossima ai 100 (per l’esattezza 96) che ritrasse con uno schizzo a china accompagnato da un suo scritto (in italiano!) che, affettuosamente, descrive l’incontro con la vetusta maestra, ancora in grado di dispensargli un consiglio; la luce non giunga mai diretta su un viso segnato dagli anni.
L’arte ci salva. Finchè si potrà goderne saremo vivi. E, senza, non vale la pena vivere.
Stefano Pillitteri

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