

Pino Mencaroni, Alberto Ferrarese
Il Monte dei Paschi è da sempre “la Banca dei senesi”, patrimonio e risorsa inestimabile su cui da secoli poggia l’intero “sistema” economico e sociale della città. Con la controversa acquisizione di Antonveneta comincia però un intricato e complesso meccanismo che in poco tempo spoglia la Banca della sua stabilità e impone alla tranquilla Siena un brusco e doloroso risveglio. Gli ultimi sviluppi della vicenda hanno chiarito definitivamente quello che tutti i cittadini temevano: “La Banca non potrà più appartenere soltanto ai senesi”.
Ma cosa è successo veramente? Chi sono i protagonisti di questo terremoto? Quali le responsabilità? Pino Mencaroni e Alberto Ferrarese in questo libro-inchiesta offrono una fotografia dei fatti così come emergono dalle indagini ancora in corso e dai documenti riservati raccolti, scegliendo uno stile che rende comprensibili i risvolti delle operazioni bancarie anche a un lettore del tutto inesperto di economia. La complessa vicenda dello “scandalo Mps” è ricostruita con precisione a partire dal “mercoledì nero” della grande perquisizione a Rocca Salimbeni (sede della Banca) e Palazzo Sansedoni (sede della Fondazione). Da questo momento nulla sarà più come prima. La procura aprirà diversi fascicoli per chiarire le responsabilità e verranno emessi i primi avvisi di garanzia: al centro delle indagini ci sono investimenti rischiosi, operazioni spericolate su derivati e altri prodotti fina nziari, carenze organizzative e procedurali, broker misteriosi, le presunte creste a opera della cosiddetta “banda del 5%”.
Tra le pagine del libro emergono i molti punti oscuri della vicenda come il caso del broker coreano “fantasma”, che risulta come intermediario dell’operazione Alexandria pur se avvenuta otto anni dopo il suo dichiarato fallimento, la tragica morte di David Rossi, il trasferimento obbligato a Siena dell’AF Desk di Londra e la sparizione delle sue carte personali e di documenti riservati al momento del licenziamento: piccoli gialli che compongono una vicenda “tutta italiana” a cui avremmo preferito non assistere mai e che in molti aspetti resta ancora da chiarire.
Resta l’amara consapevolezza di come un’amministrazione “disinvolta” e guidata solo da interesse personale sia riuscita a distruggere in breve tempo un patrimonio collettivo costruito in centinaia di anni di storia.
DAL CAPITOLO “IL MERCOLEDÌ NERO”: Nove maggio 2012: il “mercoledì nero” di Siena. In città è giorno di mercato, in Fortezza un po’ di gente già si aggira tra le bancarelle, i primi dipendenti del Monte dei Paschi “strisciano” il cartellin o. Alle 7.20 cinquanta finanzieri si presentano nel quartier generale della Banca a Rocca Salimbeni, altri vanno a Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Mps, suo maggiore azionista, altri ancora nella sede del Comune e in quella della Provincia.
Non è la prima perquisizione: nel luglio 2010 il Pm Mario Formisano vi si era già recato, insieme ad alcuni agenti, per perquisire l’ufficio di Giuseppe Mussari nell’ambito dell’inchiesta sull’aeroporto di Ampugnano. L’usciere quella volta oppose un cortese ma fermo diniego: niente da fare senza un appuntamento, bisognava essere annunciati. Ne seguì un breve scambio di opinioni e poi, ovviamente, gli agenti ebbero via libera. Invece, questa volta, di fronte a un tale spiegamento di forze, nessuno ha niente da ridire.

Michele Taddei
Lo hanno chiamato “l’annus horribilis” di Siena: in soli dodici mesi tutte le certezze della città più invidiata d’Italia si sbriciolano lasciando il posto a una grande amarezza e a un profondo senso di smarrimento. Rileggendo uno dopo l’altro in ordine cronologico gli episodi che hanno scosso la città di Siena dal marzo 2012 all’aprile 2013 si coglie in maniera chiara e completa il quadro del dissesto. Si comincia con lo sciopero dei dipendenti del Monte dei Paschi, i privilegiati per eccellenza, che in poco tempo si ritrovano a fare i conti con il profondo senso di precarietà percepito sulla propria pelle. Poi, il commissariamento del Comune e le ripercussioni politiche che le dimissioni del Sindaco portano con sé. E ancora, le primarie del centrosinistra – indette, prorogate, tenute e poi annullate e infine rifatte – e le ultime elezioni con ben otto candidati Sindaco. Sullo sf ondo degli intrecci che hanno determinato la gestione della città, sembra di risentire l’antico adagio del Principe di Salina “tutto cambia affinché nulla cambi”, oggi leitmotiv della politica italiana, non solo a livello locale.
I fatti di Siena raccontati attraverso lo sguardo acuto di Michele Taddei rivelano il malessere profondo di una piccola città per anni protetta da un felice isolamento e apparentemente immune da qualunque scossone, che improvvisamente si scopre suo malgrado al centro delle cronache.
Tra le pagine di questo libro si coglie il desiderio di capire fino in fondo e soprattutto di condividere un disagio che per molte ragioni facilmente comprensibili è stato fino ad ora taciuto, alimentando un circolo vizioso che ha lentamente ma inesorabilmente logorato le fondamenta della città. Coraggiosamente l’autore strappa il velo del silenzio, non con l’intenzione di alimentare polemiche strumentali ma per risvegliare le coscienze e aprire un dibattito necessario per cambiare pagina davvero e cercare di dar vita a un nuovo modo di immaginare il futuro della città.
DALLA NOTA DEL 21 MAGGIO 2012 “SIENA SI SVEGLIA SENZA SINDACO”:Piove sui tetti di Siena, sulle lastre e sul cotto del Campo. La città stamani si è svegliata in una giornata molto più autunnale che primaveril e e senza il sindaco. Franco Ceccuzzi, infatti, si è dimesso nella notte di domenica «dopo aver profuso – si legge in una nota – un impegno incessante alla ricerca della continuità del mandato amministrativo ». E, invece, è arrivato un atto di autentica «discontinuità». Quella che ha tentato di praticare sugli altri, non sempre con successo, Ceccuzzi ha dovuto praticarla su se stesso.
Aveva chiesto «discontinuità» sulla Banca, sulla Fondazione, sulla Aousl, sulla organizzazione dello stesso Comune. Perfino sugli organi di stampa. Troppa «discontinuità», si andava dicendo, e troppa tutta insieme. Per una città abituata a muoversi in modo felpato, senza mai troppi ed eccessivi strappi. A luglio toccò al provveditore della Fondazione Marco Parlangeli, poi a fine dicembre al direttore generale della Banca Antonio Vigni, infine, lo scorso aprile al direttore de La Nazione, Mauro Tedeschini, reo di aver pubblicato un comunicato stampa proveniente dalla Fondazione. Richieste di dimissioni, respinte al mittente, erano giunte anche al presidente della Fondazione Gabriello Mancini, al vicepresidente della Banca Ernesto Rabizzi, al direttore generale della Aousl Antonio Morello.
Ma la «discontinuità» che lo ha fatto cadere ieri è stata quella pretesa all’interno del suo partito, il Partito Democratico.

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