
Non si sogna più la politica. La si occupa. Senza apprendistato, senza pudore, spesso senza competenza. Ma con una certezza granitica: so tutto io, quando c’ero io. È la Repubblica degli improvvisati, dove candidarsi è diventato un gesto impulsivo più che una scelta consapevole. Non servono studio, esperienza o conoscenza delle istituzioni: basta un bacino di relazioni, qualche promessa implicita, una stretta di mano ben distribuita. Il consenso si costruisce così, tra conoscenze personali e aspettative minute. E così accade che una quota non marginale di elettori, altrimenti disinteressata, venga intercettata all’ultimo momento: si vota per simpatia, per abitudine, talvolta per convenienza percepita. Una croce distratta può bastare a trasformare un cittadino qualunque in rappresentante pubblico. Il problema emerge subito dopo. Quando l’eletto prende posto in aula e scopre che governare non è affatto intuitivo. Le regole non si indovinano, le procedure non si improvvisano, i ruoli non si interpretano “a sensazione”. Eppure è esattamente ciò che accade: si naviga a vista, confidando nella benevolenza altrui o in un apprendimento accelerato. Nei consigli comunali talvolta il sistema regge per inerzia. Qualcuno spiega, qualcuno corregge, persino l’opposizione – per senso delle istituzioni – interviene a colmare le lacune più evidenti. Ma quando il livello si alza, l’improvvisazione smette di essere una goffa fase iniziale e diventa un problema politico. Il Parlamento non è un’aula di recupero. Non è il luogo dove si “impara facendo” senza conseguenze. E invece accade anche questo: incarichi di rilievo affidati a chi deve ancora comprendere le basi del proprio ruolo. A quel punto la domanda non è più retorica: capogruppo di cosa? Poi arriva il coro indignato: la classe dirigente è inadeguata. Vero. Ma è anche il prodotto esatto del meccanismo che l’ha generata. Continuiamo a coltivare un equivoco pericoloso: pensare che la competenza professionale sia automaticamente competenza politica. Non è così. Non lo è mai stato. Essere un ottimo medico, un avvocato brillante o un imprenditore capace non significa saper governare. La politica non è un mestiere “semplice”: è un mestiere diverso. E qui sta la frattura con il passato. I partiti della cosiddetta Prima Repubblica – con tutti i loro limiti, anche gravi – erano anche luoghi di formazione. Si studiava, si cresceva, si sbagliava prima di arrivare ai ruoli decisionali. Oggi si salta tutto. Si arriva direttamente al comando, spesso senza sapere dove si è seduti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un dibattito pubblico sempre più approssimativo, una classe dirigente fragile, una politica ridotta a opinione personale elevata a verità. Basta leggere qualcosa online, interpretarla a modo proprio, e il gioco è fatto: si pontifica. Nel frattempo la complessità del governare resta intatta. Anzi, cresce. Ma a crescere non è la qualità di chi dovrebbe affrontarla. La dignità personale non è in discussione. Ma non basta. Non è mai bastata. Senza preparazione, senza consapevolezza, senza rispetto per la complessità delle istituzioni, la politica smette di essere guida e diventa improvvisazione permanente.
E un Paese guidato dall’improvvisazione non è un Paese libero: è un Paese esposto.
Angelo Santoro

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