
di Elena Marisol Brandolini*
Ci sono voluti ventidue giorni per concludere lo scrutinio dei voti del secondo turno delle elezioni presidenziali in Perù: i risultati saranno resi ufficiali dalla Oficina Nacional de Procesos Electorales questo venerdì, ma si sa già che Keiko Fujimori candidata conservatrice di Fuerza Popular ha vinto sul progressista Roberto Sánchez di Juntos por el Perú con uno scarto di appena lo 0,3%, corrispondente a poco meno di 50.000 voti. Con l’elezione alla massima carica dello Stato della figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, condannato nel 2010 a 25 anni di carcere per violazione dei diritti umani e poi graziato per ragioni umanitarie, si conclude il lungo processo elettorale iniziato in Perù il 12 aprile scorso, quando contro ogni previsione il voto dei peruviani aveva riacceso la battaglia politica, designando come avversari al ballottaggio due candidati dalle visioni politiche opposte.
Keiko Fujimori si conferma così come la prima donna eletta presidente – Dina Boluarte aveva infatti assunto l’incarico per successione costituzionale dopo il fallito golpe di Pedro Castillo – per un pugno di voti, in un paese diviso a metà e solo grazie al voto dei peruviani residenti all’estero, infatti secondo i voti interni al paese Sánchez si sarebbe imposto sulla sua avversaria. Un argomento che il candidato progressista utilizza da qualche giorno, riconoscendo di essere stato sconfitto per irregolarità nel conteggio dei voti.
“Siamo sempre più vicini dall’iniziare un cammino di ordine e speranza per tutti i peruviani. Riceviamo questo voto sapendo che il nostro paese è praticamente diviso e abbiamo la grande responsabilità di ascoltare entrambe le parti”, ha detto Fujimori commentando il risultato definitivo. Perché, per quanto il suo partito abbia la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, la sua candidatura si è affermata al primo posto solo in nove delle 25 regioni del paese. Le elezioni presidenziali lasciano dunque un Perù fortemente polarizzato, tra le élite metropolitane e della costa da una parte e i popoli delle zone rurali da cui proveniva Castillo attualmente in carcere dall’altra.
È proprio il voto dall’estero a essere finito al centro delle accuse di frode mosse da Sánchez. Secondo il leader progressista l’eliminazione dell’obbligo di digitalizzare i verbali da trasmettere appena concluso il processo elettorale – una procedura che era invece vigente al primo turno – avrebbe lasciato aperta la possibilità di una manipolazione dei risultati. A ogni modo, i dati sono abbastanza eloquenti, perché Keiko Fujimori ha ottenuto fuori del paese oltre il 63% dei voti, con un vantaggio di oltre 80.000 voti, mentre Roberto Sánchez ha guidato lo scrutinio dei voti interni con una percentuale del 50,08% per oltre 30.000 voti di differenza. In Asia, Fujimori ha ottenuto il 90% dei consensi, negli Stati Uniti il 77%, in Europa il 56%. All’estero risiedono circa 3,5 milioni di peruviani, di questi hanno votato poco più di 300.000, contro i 18 milioni che in Perù si sono recati alle urne e questo sembra avere aperto una nuova frattura tra i cittadini che sono rimasti e quelli che se ne sono andati a vivere fuori. Le diaspore latino americane sono sempre abbastanza conservatrici. Nel caso del Perù, i migranti esprimono per lo più un voto di rigetto nei confronti di quello che percepiscono come un candidato comunista. Durante la campagna elettorale Sánchez veniva presentato dalla candidatura di Fujimori e dalla maggioranza dei media nazionali come un esponente comunista vicino al venezuelano Nicolás Maduro.
Vincere o perdere per una differenza di appena 50.000 voti, al netto di possibili frodi, è quasi una questione di fortuna. In questo caso ha vinto Fujimori, presentandosi per la quarta volta per la carica di presidente, perdendo le tre precedenti elezioni, l’ultima con Castillo. Le sue parole d’ordine sono la promessa della mano dura contro la violenza e un programma economico e sociale di impronta neoliberista. Sánchez è riuscito a consolidare la gran parte del voto che andò a Castillo nel 2021, ma non ha trovato quel sostegno aggiuntivo necessario per poter affermarsi con nettezza. Guiderà ora l’opposizione forte del sostegno di quasi metà dell’elettorato. Il Perù si iscrive così al gruppo dei paesi dell’America Latina attraversati dall’ondata reazionaria sostenuta e sollecitata da Donald Trump. La gran parte dei leader sudamericani da poco arrivati al potere si sono subito complimentati per la vittoria di Fujimori, mentre lo sguardo è già rivolto verso la prossima grande sfida elettorale nel continente, le elezioni presidenziali in Brasile il prossimo autunno.
Elena Marisol Brandolini
*Istituto Ispi

Lascia un commento