Da Bengasi ad Aleppo
La scommessa democratica occidentale non ha fatto i conti con l’onda lunga dell’insorgenza Islamica, la sua capacita di penetrazione nelle nuove generazioni arabe frustrate ed abbandonate dall’occidente.

Nonostante il papa Ratzinger abbia portato l’ennesimo ramoscello d’ulivo in Terra Santa, il Medio Oriente resta una polveriera di divisioni religiose e politiche e nel vicino Mediterraneo la sensazione che la scommessa di una transizione bene ordinata delle cosiddette ‘primavere arabe’ sia stata perduta è ormai qualcosa più che una certezza.
D’altronde la strategia dell’Amministrazione USA era tutta basata sulla possibilità che i movimenti islamici moderati potessero prevalere sugli estremisti, e questa convinzione è stata tale che non si è esitato a favorire concretamente l’avvicendamento al potere dei Rais arabi considerati corrotti, scomodi e decotti. Ma la scommessa democratica occidentale non ha fatto i conti con l’onda lunga dell’insorgenza Islamica, la sua capacita di penetrazione nelle nuove generazioni arabe frustrate ed abbandonate dall’occidente, (addirittura, nel caso italiano, lasciate morire sulle carrette del mare) la sua grande disponibilità in termini di mezzi finanziari ed ora, dopo il conflitto libico, anche quella di armi automatiche ed anti-carro.
D’altronde la difficile congiuntura economica europea produce l’esplicito disinteresse delle nazioni del Nord e dell’Est del continente ad “investire “ sulle nascenti democrazie arabe, e le tradizionali medie-potenze, compresa l’Italia, anchilosate per un rischio di eccessivo interventismo che maschera palesi interessi di natura economica, non riescono ad esprimere un’azione assertiva limitandosi a dichiarare il proprio interesse all’evoluzione democratica delle Primavere Arabe che stanno appalesando, al contrario, il loro carattere involutivo.
La preoccupazione di una escalation violenta dei movimenti più radicali saldati nell’alleanza con Al-Qaeda è seria? C’è il rischio di un’estensione dell’instabilità verso paesi (Algeria e Marocco) che sino ad ora erano rimasti immuni dai moti religiosi e che l’impasse siriano determini nuove insidie per la sicurezza di Israele ed influisca su una reazione americana? La risposta purtroppo è sì. E che la capacità di riassumere in un’iniziativa politica e diplomatica la complessità e la fragilità di questo quadro sta lasciando lo spazio alla solita ferrea logica della prevalenza con il potere della forza, quindi delle armi, quindi di una nuova e lunga scia di morte e di sangue.
Prepararsi al peggio non significa tuttavia abbandonare la speranza di un futuro migliore alle nostre porte, constatare che oggi il presente è nero significa non nasconderci la verità.

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