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È la politica estera, stupid….!

Nella campagna elettorale è entrato un fattore assai diverso e lontano dai “maschilismi” cafoni e dalle denunce un po’ ritardate

di Alberto Pasolini Zanelli | 18 Ottobre 2016

Ritroviamoci in un giorno qualsiasi del 1980. In America è in corso una campagna presidenziale; il candidato repubblicano è considerato di estrema destra, si chiama Ronald Reagan, cerca di portare via la Casa Bianca a un presidente democratico, da molti accusato di indecisione e debolezza. Si chiama Jimmy Carter. L’intero corpo diplomatico americano in Iran è prigioniero e tenuto in ostaggio dai rivoluzionari islamici, la tensione con l’Unione Sovietica sta per toccare uno dei vertici dell’intera Guerra Fredda e una signora riceve indesiderate carezze da un uomo d’affari seduto accanto a lei in aereo, che si chiama Donald Trump. Tempi lontani? Reagan fu eletto presidente, i diplomatici Usa furono immediatamente liberati, cominciò una serie di vertici con il leader sovietico Gorbaciov che portarono alla fine della Guerra Fredda.

Adesso è in corso una campagna elettorale americana. C’è un candidato repubblicano accusato di essere di estrema destra. Alla Casa Bianca siede un presidente, Barack Obama, che molti accusano di debolezza. Risale la tensione con la Russia, erede dell’Unione Sovietica. E quella signora si ricorda delle sgradite avances e denuncia, trentasei anni dopo, quel corteggiatore alquanto cafone.

La Storia si ripete. Prima come “tragedia”, poi come “farsa”. Lo diceva Karl Marx e quindi anche l’espressione è andata un po’ giù di moda. Ma certe volte ridiventa stuzzicante. L’America è nelle fasi conclusive di una campagna elettorale, la tensione con la Russia risale impetuosamente, l’allarme che essa suscita contende le prime “pagine” all’esplosione della narrativa sulle maldestre prodezze di Donald Trump, teoricamente ancora candidato alle elezioni fra un mese, ma oggi soprattutto bersaglio degli strali di un’America che non sopporta più certi comportamenti “sessisti”, gli editoriali sparano a raffica su un candidato politicamente moribondo, le cronache raccolgono i dettagli delle sue malefatte. A quella signora, se i suoi ricordi sono ancora precisi, egli “cercò di far scivolare le dita sotto la gonna. Era come un polipo. A un’altra di un quarto di secolo dopo l’imprenditore non più giovane “palpò il sedere”. Una terza la baciò sulle guance “e quindi puntò direttamente alla bocca”.

Le conseguenze sono giunte rapide e non si fermano. L’America femminista è balzata in piedi, sferzata da giusta indignazione, ulteriormente riscaldata dalla presenza come candidato opposto a quel Trump di Hillary Clinton, che non solo è una donna ma che si è presentata con uno slogan tenero e orgoglioso: “Io sono la figlia di una mamma e la mamma di una figlia”. L’elettorato risponde. Hillary ha accumulato nei sondaggi nove punti di vantaggio nel “voto popolare”. Le donne le danno un margine addirittura del 15 per cento. Trump è in testa fra gli uomini, ma solo del 5 per cento. Ancor più chiaramente: se votassero solo i “lui” il candidato repubblicano prevarrebbe nettamente con 350 voti elettorali contro 188 della democratica. Ma se votassero solo le donne per lei sarebbe un plebiscito: 458 contro 80. Manca un mese, un dibattito, complicati e lugubri pronostici riguardano il Partito repubblicano nel suo complesso.

Ma nella campagna elettorale è entrato un fattore assai diverso e lontano dai “maschilismi” cafoni e dalle denunce un po’ ritardate. È la politica estera. L’elezione della Clinton è data ormai per scontata anche in Russia, dove provoca reazioni e addirittura brividi. A ragione o a torto l’ex First Lady e soprattutto la ex Segretaria di Stato è considerata un “falco”, in molti scacchieri mondiali ma soprattutto in quello che oggi già scotta assai: il Medio Oriente. La tensione russo-americana si è accesa già da tempo e trova diversi scacchieri su cui estendersi: dalla sospensione del dialogo per il disarmo nucleare, alle sanzioni economiche sancite per punire Putin delle sue reazioni agli eventi in Ucraina, ad altri “castighi” per leggi persecutorie contro gli omosessuali. Ma il teatro vero di scontro è appunto il mondo arabo. Principalmente la Siria. Più acutamente Aleppo, ma in realtà quella guerra è in corso da cinque anni e ha fatto duecentomila morti: non tutti nel quartiere Est di Aleppo, non tutti bambini. In una guerra civile non sparano solo da una parte, le bombe uccidono ovunque e chiunque. I Paesi stranieri che in qualche modo vi interferiscono sono numerosi: non sono la Russia e l’America ma anche, per esempio, la Turchia e, soprattutto nella fase iniziale, la Francia. È un conflitto più assurdo di molti altri ma non unico. Ha delle risonanze nei Paesi vicini, dall’Irak dove sono gli americani a difendere anche con le armi il debole governo legale dagli assalti dei jihadisti timbrati Isis o Al Qaida, allo Yemen, dove l’aviazione saudita da aerei made in Usa sgancia bombe (pare made in Italy) su postazioni di ribelli sciiti a un regime sunnita. Una situazione che ha fatto precipitare in America le residue simpatie per Vladimir Putin e ha visto i repubblicani cedere il primato di “falchi” ai democratici, già un po’ diversi da quelli alla Obama. I russi esagerano, muovono truppe, preparano addirittura razionamenti. Putin si potrebbe tranquillizzare se devolvesse un po’ di attenzione dagli sguardi puntuti di Hillary ai resoconti delle signore e signorine vittime delle lussurie trumpiane.

Alberto Pasolini Zanelli

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, barack obama, campagna elettorale, casa bianca, Democratici, Donald Trump, election day, elezioni, elezioni usa, first lady, francia, governo, hillary clinton, iran, Jimy Carter, mondo, obama, politica estera, Presidenziali USA, putin, regime, Repubblicani, Russia, siria, White House

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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