I partiti non si occupino di faccende RAI”. Anche in questo dopo elezioni si è ripetuto l’appello, vera e propria costante della politica italiana, nella “prima” e nella “seconda” repubblica, lanciato tanto da coloro che temono di essere cacciati dalle posizioni di potere acquisite, tanto da coloro che si apprestano a conquistarle a proprio vantaggio.
L’appello non è solo ipocrita, è anche sbagliato. La RAI, infatti, è azienda che gestisce un servizio pubblico importante: i partiti non solo possono ma devono occuparsene. Dunque, la frase dovrebbe essere modificata più correttamente: “ i partiti si occupino di faccende RAI senza occupare la RAI”. E’ avvilente leggere che tutto l’arco dello schieramento politico si è pronunciato sul dilemma se sia meglio affidare una fascia serale della terza rete a Bianca Berlinguer o a Serena Dandini. Meglio farebbero ad interrogarsi su quale sia il ruolo di un servizio pubblico radio televisivo in un sistema misto: nel quale, cioè la presenza di un’azienda pubblica convive con una molteplicità di aziende private.
Perché, in termini più brutali, i cittadini dovrebbero pagare un canone se non esistono ragguardevoli differenze tra le trasmissioni della RAI e quelle delle radio e delle tv private? Di questo dovrebbero discutere i partiti: e non ci sarebbe motivo di scandalo se, per assicurare la realizzazione degli indirizzi di massima varati dal Parlamento, volessero poi mettere bocca nella scelta dei vertici aziendali, limitandosi ai consiglieri di amministrazione e al direttore generale, revocabili quando si ritenga che se ne siano discostati.
E per quanto riguarda tali indirizzi, ci limitiamo ad indicarne tre: certo non esaustivi, ma prioritari e tali da far comprendere cosa intendiamo per “indirizzi” che non ledano l’autonomia dei responsabili aziendali nelle conseguenti scelte operative. In primo luogo una organizzazione aziendale ed una programmazione che riflettano la varietà della società italiana e delle sue diverse aree regionali. Dunque, una organizzazione che obblighi a ripensare i palinsesti in maniera tale che una parte dei programmi siano realizzati e soprattutto ideati nelle strutture periferiche aziendali e non solo a Roma. In secondo luogo il potenziamento dei programmi rivolti all’estero , nell’intento di dare una raffigurazione corretta del nostro Paese non solo agli italiani che si trovano a vivere fuori di Italia, ma anche agli stranieri che siano interessati alla nostra cultura. Infine, e strettamente collegato ai primi due punti, il perseguimento della difesa della nostra cultura e delle nostre tradizioni contro la sopraffazione di programmi e format provenienti dall’estero. Naturalmente non si tratta di porre anacronistici e controproducenti divieti, ma di favorire programmi che riflettano le tradizioni, le culture ed i fermenti vivi del Paese.
Si occupi di queste cose la politica e farà cosa buona e giusta. Soprattutto darà una motivazione più forte alla presenza di un servizio pubblico e agli italiani per pagare il canone.
Nicola Cariglia

Caro Nicola , ma ti rendi conto di quello che dici ,con l’ipotesi dei tuoi tre indirizzi ?
Stai in pratica condizionando l’imposizione del canone ( che questo è,ingiusto balzello o tassazione ,non corrispettivo ) alla finalizzazione dei programmi a soddisfare l’utilità per la cittadinanza ,in ogni modo gabellata . Non si fa…..passasse l’idea ,sarebbe un pericoloso precedente.