Poiché tutte le umane vicende segnate da un errore iniziale, peccato originale dovuto di solito ad eccesso di arroganza o ad abuso di ignoranza, prima o poi presentano il conto e qualcuno deve pur pagarlo, non ci meravigliamo affatto se la campagna elettorale che non c’è, quella delle regionali di cui nessuno parla e forse neanche si ricorda più, sia di fatto diventata una sorta di scontro all’ultimo sangue non sui principi – giammai – né tantomeno sulle idee – ancora una volta non pervenute – ma su una forma di primitiva e tribale affermazione di supremazia a colpi di clava mediatica. Pare che improvvisamente i cancelli dell’informazione siano stati aperti per dare vita ad una sanguinaria gara a chi la spara più grossa, insensata, inconsistente pur di accaparrarsi un tiolo di apertura, un editoriale sui Tg, una videata su Web, che raggiunga le masse attonite ed ormai del tutto disorientate e le convinca che qui ed ora si sta combattendo la suprema battaglia per la sopravvivenza della democrazia nel nostro paese. Ora, poichè non è credibile che la scempiaggine di due stolti che sono andati a mangiare un panino invece di presentare una lista come avrebbero dovuto fare abbia scatenato tutto questo putiferio, ci pare invece più sensato e persino inevitabile, a rigor di coscienza e di analisi, affermare con lucida amarezza che questa è la prevedibile ingloriosa fine di un prevedibile fasullo inizio, ovvero il crollo verticale del sistema bipolare all’italiana, invenzione del tutto virtuale, che si piega su se stesso e sulla propria inconsistenza politica incapace di reggere oltre il peso del confronto con la contemporaneità. Siamo arrivati alla resa dei conti e, come sempre accade, poiché tutti i precedenti segnali d’allarme sono stati ignorati tanto a destra come a sinistra, ci siamo arrivati col botto, seguito da una serie infinita di fuochi d’artificio affatto allegri ma invece molto lugubri perché sono l’equivalente di quel Falò della vanità che segnò la fine dell’epoca reaganiana ed il crollo di un intero mondo ideologico che pure sembrava aver vinto con la caduta del Muro. La piazza come ultima risorsa è davvero il segno di una resa incondizionata del sistema che non ha saputo produrre un’idea, un progetto, ma soprattutto uomini e donne in grado di far crescere questo paese tirandolo fuori dalle secche del consociativismo e traghettandolo finalmente nell’area delle democrazia avanzate ed adulte. Il crescente clima da linciaggio mediatico che da un anno a questa parte ha del tutto oscurato, ed infine sostituito, nel nostro paese ogni anche piccola parvenza di attività istituzionale e di dialogo civile fra le parti, è culminato nello scontro a colpi di decreti, tribunali, corti d’appello e triccheeballacche che ha sortito l’unico effetto di rendere chiare, a chi almeno abbia voglia di rendersene conto, due evidenti macroscopiche realtà: abbiamo una maggioranza che non sa governare perché poggia su un partito inesistente, il Pdl, e subisce lo schiaffo di quello che invece è vivo e vegeto, la Lega; abbiamo altresì un’opposizione del tutto incapace di essere tale, prigioniera di se stessa, del proprio passato e del ricatto di un Di Pietro ormai lanciato in corsa al titolo di Tribuno della plebe del terzo millennio. Non c’è da stare allegri, conveniamone, e lo spettacolo offerto dalla manifestazione di piazza indetta dal Pd ce lo ha tristemente confermato; gli accenti da Peppone di Bersani parevano uscire da una pellicola di cinquant’anni fa, le invocazioni populiste di Vendola erano tratte pari pari dal manuale del perfetto cattocomunista degli anni Settanta, e la Bonino ci ha veramente rattristati presentandoci il fantasma di se stessa, della donna coraggiosa e combattiva che fu, lanciandosi in una chiamata alla difesa della libertà di espressione democratica che la stessa folla in piazza smentiva clamorosamente essere in pericolo. E poi la gente: chi minacciava di picchiare Berlusconi – sentito al Tg5 – chi urlava all’esproprio democratico del voto – ma la lista del Pd è regolarmente iscritta – ma tutti, tutti, erano dediti alla gara dell’insulto eletto come alta manifestazione di libertà di pensiero. Ora, poiché non siamo mai stati né saremo mai berlusconiani, non siamo qui a difendere la persona, che parla anche troppo e spesso senza parvenza di cognizione di causa, ma siamo qui a celebrare un funerale, a commemorare ciò in cui credemmo ed in cui più profondamente siamo stati traditi: la convinzione che uno stato moderno, liberale, democratico, sia espressione della maturità di un popolo e delle sue migliori risorse umane, intellettuali, gestionali, creative. La piazza, piena di gente e drammaticamente vuota di idee, è il luogo dove abbiamo sepolto la nostra incapacità di crescere.
LA PIAZZA VUOTA
Poiché tutte le umane vicende segnate da un errore iniziale, peccato originale dovuto di solito ad eccesso di arroganza o ad abuso di ignoranza, prima o poi presentano il conto e qualcuno deve pur pagarlo, non ci meravigliamo affatto se la campagna elettorale che non c’è, quella delle regionali di cui nessuno parla e forse neanche si ricorda più, sia di fatto diventata una sorta di scontro all’ultimo sangue non sui principi – giammai – né tantomeno sulle idee – ancora una volta non pervenute – ma su una forma di primitiva e tribale affermazione di supremazia a colpi di clava mediatica. Pare che improvvisamente i cancelli dell’informazione siano stati aperti per dare vita ad una sanguinaria gara a chi la spara più grossa, insensata, inconsistente pur di accaparrarsi un tiolo di apertura, un editoriale sui Tg, una videata su Web, che raggiunga le masse attonite ed ormai del tutto disorientate e le convinca che qui ed ora si sta combattendo la suprema battaglia per la sopravvivenza della democrazia nel nostro paese. Ora, poichè non è credibile che la scempiaggine di due stolti che sono andati a mangiare un panino invece di presentare una lista come avrebbero dovuto fare abbia scatenato tutto questo putiferio, ci pare invece più sensato e persino inevitabile, a rigor di coscienza e di analisi, affermare con lucida amarezza che questa è la prevedibile ingloriosa fine di un prevedibile fasullo inizio, ovvero il crollo verticale del sistema bipolare all’italiana, invenzione del tutto virtuale, che si piega su se stesso e sulla propria inconsistenza politica incapace di reggere oltre il peso del confronto con la contemporaneità. Siamo arrivati alla resa dei conti e, come sempre accade, poiché tutti i precedenti segnali d’allarme sono stati ignorati tanto a destra come a sinistra, ci siamo arrivati col botto, seguito da una serie infinita di fuochi d’artificio affatto allegri ma invece molto lugubri perché sono l’equivalente di quel Falò della vanità che segnò la fine dell’epoca reaganiana ed il crollo di un intero mondo ideologico che pure sembrava aver vinto con la caduta del Muro. La piazza come ultima risorsa è davvero il segno di una resa incondizionata del sistema che non ha saputo produrre un’idea, un progetto, ma soprattutto uomini e donne in grado di far crescere questo paese tirandolo fuori dalle secche del consociativismo e traghettandolo finalmente nell’area delle democrazia avanzate ed adulte. Il crescente clima da linciaggio mediatico che da un anno a questa parte ha del tutto oscurato, ed infine sostituito, nel nostro paese ogni anche piccola parvenza di attività istituzionale e di dialogo civile fra le parti, è culminato nello scontro a colpi di decreti, tribunali, corti d’appello e triccheeballacche che ha sortito l’unico effetto di rendere chiare, a chi almeno abbia voglia di rendersene conto, due evidenti macroscopiche realtà: abbiamo una maggioranza che non sa governare perché poggia su un partito inesistente, il Pdl, e subisce lo schiaffo di quello che invece è vivo e vegeto, la Lega; abbiamo altresì un’opposizione del tutto incapace di essere tale, prigioniera di se stessa, del proprio passato e del ricatto di un Di Pietro ormai lanciato in corsa al titolo di Tribuno della plebe del terzo millennio. Non c’è da stare allegri, conveniamone, e lo spettacolo offerto dalla manifestazione di piazza indetta dal Pd ce lo ha tristemente confermato; gli accenti da Peppone di Bersani parevano uscire da una pellicola di cinquant’anni fa, le invocazioni populiste di Vendola erano tratte pari pari dal manuale del perfetto cattocomunista degli anni Settanta, e la Bonino ci ha veramente rattristati presentandoci il fantasma di se stessa, della donna coraggiosa e combattiva che fu, lanciandosi in una chiamata alla difesa della libertà di espressione democratica che la stessa folla in piazza smentiva clamorosamente essere in pericolo. E poi la gente: chi minacciava di picchiare Berlusconi – sentito al Tg5 – chi urlava all’esproprio democratico del voto – ma la lista del Pd è regolarmente iscritta – ma tutti, tutti, erano dediti alla gara dell’insulto eletto come alta manifestazione di libertà di pensiero. Ora, poiché non siamo mai stati né saremo mai berlusconiani, non siamo qui a difendere la persona, che parla anche troppo e spesso senza parvenza di cognizione di causa, ma siamo qui a celebrare un funerale, a commemorare ciò in cui credemmo ed in cui più profondamente siamo stati traditi: la convinzione che uno stato moderno, liberale, democratico, sia espressione della maturità di un popolo e delle sue migliori risorse umane, intellettuali, gestionali, creative. La piazza, piena di gente e drammaticamente vuota di idee, è il luogo dove abbiamo sepolto la nostra incapacità di crescere.
ChiBo

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