
La parola ai numeri. Nelle carceri italiane (189 istituti di pena), sono presenti 56.674 detenuti. 2.480 sono donne (alcune con figli che trascorrono la prima infanzia dietro le sbarre); 17.723 stranieri. La capienza regolamentare prevista è di 51.249 posti. Sono dati ufficiali del Ministero della Giustizia aggiornati al 30 aprile. Di questi, secondo l’associazione Antigone, che monitora lo stato dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, 4.000 circa non sono disponibili. Nelle carceri italiane sono dunque presenti circa 9.000 persone in più rispetto alla capienza regolamentare, il che comporta l’aggiunta di letti in celle programmate per ospitare meno detenuti di quelli effettivi. Fra i Paesi della Ue, l’Italia è al primo posto per sovraffollamento e anche per numero di detenuti in attesa di un primo giudizio o di una sentenza definitiva: 34,5% contro il 22,4% della media europea.
L’8 gennaio 2013 la Corte Europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza pilota nota come “sentenza Torreggiani”, condannò l’Italia per il trattamento di sette detenuti delle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, ristretti in celle nelle quali disponevano di meno di tre metri quadrati di spazio a testa. Trattamento considerato dalla Corte “inumano e degradante”, tale da violare l’art. 3 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti Umani). Tralasciamo in questa sede la spinosa questione del 41-bis, meritevole di specifiche considerazioni sulle quali si potrà tornare e a sua volta oggetto di ripetuti interventi della Consulta (2018, 2020, 2022) e della Corte europea (Sentenza Viola).
In carcere non è garantito il diritto al lavoro. Solo una esigua minoranza di detenuti accede ad attività lavorative, che pure dovrebbero essere lo strumento principe della rieducazione e del reinserimento sociale che la Costituzione vorrebbe. In carcere il tempo della pena è vuoto, si consuma lentamente aspettando il fine pena. Ancora. Nel 2022 l’Osservatorio Antigone ha visitato 99 carceri e ha rilevato che nel 39% di esse il parametro minimo dei 3 metri quadrati di superficie calpestabile a testa non è rispettato; nel 44% vi sono celle senza acqua calda; nel 56% celle senza doccia; nel 10% celle con riscaldamento non funzionante e in 6 istituti celle in cui il wc non è separato dal resto dell’ambiente. C’è poco personale. Manca una adeguata tutela delle patologie mentali: il 9% circa dei detenuti è afflitto da gravi patologie psichiatriche; il 18,6% assume regolarmente antidepressivi, il 42,4% sedativi o ipnotici ed il 19% sono tossicodipendenti in trattamento. Questa situazione è trattata con 8,3 ore settimanali di copertura psichiatrica ogni 100 detenuti e 17 ore settimanali di servizio psicologico (https://www.rapportoantigone.it/diciottesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/).
Non sorprende che questa realtà dia origine a molti casi di autolesionismo e di suicidio. Tralasciando i primi, si constata infatti che dal 2000 al 17 maggio 2023, su 3590 morti in carcere, 1331 sono stati i suicidi (dati dell’Osservatorio di Ristretti Orizzonti: http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/index.htm). Il 2022 è stato l’anno nero dei suicidi: 84. Un terzo di questi era costituito da soggetti con fragilità personali o sociali (senza fissa dimora, persone con disagio psichico, ecc.). I suicidi del primo quadrimestre 2023 sono già 22. Può sembrare un paradosso, ma il tentato suicidio in carcere è punito disciplinarmente e comporta la perdita dello sconto di pena per buona condotta. Cionondimeno in carcere ci si suicida 19 volte più che nel mondo libero. Gli italiani si uccidono più degli stranieri e i tossicodipendenti più di tutti. Si uccidono con più frequenza da “definitivi” ma anche in prossimità della scarcerazione, quasi a testimoniare l’angoscia legata al ritorno in libertà, all’impatto con l’ambiente sociale di provenienza, all’impossibilità di reinserirsi. Un terzo dei suicidi si verifica fra i detenuti 20-30enni. Un quarto fra i 30-40enni. Per molti operatori sanitari si tratta di casi di squilibrio mentale, da trattare con l’isolamento nelle celle “lisce”, cioè completamente vuote, oppure col ricovero in psichiatria. Ma svariate ricerche dimostrano che all’origine del disagio vi è la percezione di “perdita di ogni speranza” di reinserirsi o di riguadagnare rispettabilità. Secondo Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti, il fattore cruciale che induce al suicidio è “lo stigma percepito dell’essere approdati in carcere”. Nel 2022 (gennaio-novembre) “49 persone, pari al 62% del totale, si sono suicidate nei primi sei mesi di detenzione; di queste, 21 nei primi tre mesi dall’ingresso in Istituto e 15 entro i primi 10 giorni, 9 delle quali addirittura entro le prime 24 ore dall’ingresso. Dunque circa un suicidio su cinque si verifica nei primi dieci giorni dall’ingresso nel carcere”.
Dopo il caso di Alfredo Cospito, agitato più che altro per le necessità della bagarre politica, è tornato il silenzio. Solo grazie alla denuncia dei sindacati di polizia si è saputo che la settimana passata, nel carcere siciliano di Augusta, nel silenzio generale, sono morti due detenuti in sciopero della fame da 40 e 60 giorni. “Chi sta in sciopero della fame – dice sempre Palma – non si sta suicidando: non cerca la morte, ma l’interlocuzione sul suo problema”. Ma non la trova. Per la drammaticità della situazione, nel 2013 il Presidente Napolitano istituì un gruppo di lavoro sul tema delle carceri, che propose un’ampia depenalizzazione di condotte da sanzionare in altra sede; un più frequente ricorso alle misure alternative alla detenzione; la trasformazione in pene principali di alcune misure come l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare; una particolare attenzione al tema del lavoro in carcere, che riduce la recidiva e rende il carcere più vivibile. Non se ne fece niente.
Il carcere è un grande rimosso sociale. Esso si abbatte su esseri umani, ne imprigiona le vite ed è afflizione, a volte morte. Ma quando se ne parla, lo si fa per stereotipi e banalizzazioni. Un sondaggio di Alessandra Ghisleri (La Stampa del 6 febbraio) mostra che quasi la metà degli italiani non comprende a fondo il problema. Certo, al netto di errori giudiziari, che pure sono numerosi (www.errorigiudiziari.com), si va in carcere per aver violato leggi penali, inflitto sofferenza e creato delle vittime. Ma può un sistema di diritto ridursi a violenza al punto da indurre un uomo a preferire la morte? Può la pena diventare vendetta senza tradire la propria legittimazione? E’ giusto impiccare per sempre un uomo al proprio errore? Soprattutto: è utile? La gran parte dei detenuti, dopo un certo tempo torna in libertà. Conviene alla società dar loro una possibilità di reinserimento o creare una riserva di morti civili che non potrà far altro, per sopravvivere, che tornare a delinquere? Ha detto l’ex magistrato Gherardo Colombo (Autore de Il perdono responsabile. Perché il carcere non serve a nulla. Ponte alle Grazie, 2020): “Credo che la pena, il carcere non siano la soluzione dei problemi (…). Infliggere il male in risposta alla trasgressione legittima il male. La risposta alla devianza dovrebbe essere preventiva e riconciliativa”. E allora perché, ad eccezione dei radicali, le forze politiche non si sono mai seriamente occupate del carcere? Semplice: 54.000 detenuti, sommati ai loro parenti più stretti, fanno circa 350mila persone interessate al tema, un bacino di utenza elettorale di scarso appeal. Meglio cercare la legittimazione dei benpensanti: Stato forte, legge e ordine! Che i detenuti vivano e muoiano, allora, in carceri simili a canili. Del resto, la loro morte non disturba, perché è sempre discreta, è silenziosa, è inosservata.
Giancarlo Lupi

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