
“Definisci bambino”.
Ci sono frasi che non nascono per convincere, ma per far riflettere, per svegliare, per aprire una ferita e lasciarla sanguinare in pubblico.
Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici d’ Israele, ospite di “E’ ancora Carta Bianca, aggredito verbalmente da Enzo Iacchetti e Mauro Corona,
lo ha fatto con due parole: “Definisci bambino”. L’ha detto con la brutalità di chi non cerca applausi, e il risultato è stato uno scandalo. Ma nello scandalo si nascondeva una verità che nessuno voleva affrontare: la parola “bambino” non è più innocente. È diventata un’arma.
A Gaza i bambini sono corpi estratti dalle macerie, lenzuoli bianchi portati in processione, fotografie stampate su manifesti che sventolano nelle piazze europee. Bambini morti: la formula magica che chiude ogni discorso, la pietra tombale di qualsiasi ragionamento. Ma dentro quella parola ci finiscono anche i sedicenni armati, i ragazzi addestrati nei campi di Hamas, quelli che scavano tunnel o lanciano molotov. Quando muoiono, diventano anch’essi “bambini”. E il mondo, rassicurato dalla semplicità del termine, piange senza distinguere.
Ma se davvero vogliamo parlare di bambini, allora dobbiamo ricordare quelli che non finiscono mai nelle immagini. I bambini israeliani, ebrei, cancellati dalla narrazione globale. Stefano Gaj Taché, due anni, Roma 1982: uscito dal Tempio Maggiore, ammazzato da un commando palestinese con bombe a mano e mitragliate. Ventidue ragazzi di Ma’alot, legati e mitragliati in una scuola durante una gita. Otto bambini uccisi casa per casa a Kiryat Shmona. Einat Haran, quattro anni, uccisa a Nahariya, la sorellina di due anni morta soffocata tra le braccia della madre. Shlomo Nativ, tredici anni, colpito a colpi d’ascia mentre giocava.
E poi il 7 ottobre 2023. All’alba, i miliziani di Hamas non hanno preso d’assalto basi militari, ma case. Sono entrati nelle camerette, hanno trovato culle e giochi, hanno sterminato famiglie intere. A Kfar Aza i neonati decapitati, a Be’eri i genitori e i figli bruciati vivi nelle loro abitazioni. Al rave di Re’im, ragazzi minorenni sequestrati, trascinati come trofei. Nei tunnel, bambini ostaggi senza luce né medicine. Ariel, quattro anni, e Kfir Bibas, dieci mesi, mostrati in video come bottino. Un neonato dai capelli rossi: il simbolo dell’orrore. E infine ucciso.
Non era guerra. Era barbarie. Era un pogrom con le telecamere accese. Non serviva a vincere: serviva a umiliare, a terrorizzare, a trasformare l’infanzia in un bersaglio.
Eppure, già dal giorno dopo, le piazze occidentali hanno gridato solo per “i bambini di Gaza”. Nessuno gridava per Kfir Bibas. Nessuno portava cartelli con il volto di Stefano Taché. Nessuno ricordava Einat Haran. Il bambino palestinese come simbolo universale; il bambino ebreo come dettaglio fastidioso da dimenticare.
“Definisci bambino”, ha detto Mizrahi. Non era un insulto, era una richiesta: abbiate il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non permettete che Hamas decida chi è bambino e chi no. Non lasciate che la propaganda faccia di ogni morto una bandiera e di ogni bandiera una menzogna.
Un bambino non dovrebbe aver bisogno di definizioni. È la misura dell’innocenza, l’evidenza di ciò che non doveva accadere. Ma oggi, nella grammatica corrotta della guerra, anche questa parola è contesa.
E il risultato è questo: i bambini muoiono, in Israele come a Gaza. Ma alcuni diventano icone, altri spariscono nell’oblio. La memoria non è universale, è selettiva, crudele. E allora la frase di Mizrahi resta sospesa, come una condanna: definisci bambino. Perché se non sai farlo, se non hai il coraggio di guardare ogni volto, di nominare ogni nome, allora non stai parlando di verità, stai parlando di propaganda.
E forse è già troppo tardi. Perché i bambini muoiono ugualmente, con o senza definizioni. E noi, incapaci di salvarli, possiamo solo litigare sul significato delle parole. Il resto — la pietà, la giustizia, la memoria — scivola via, come tutto il resto, in un tempo che divora tutto e non restituisce niente.
Niko Kir

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