
Il Presidente Sergio Mattarella è oggi la punta della cultura politica cattolica, persona colta, brillante, dotata di consolidata esperienza pubblica, molto attenta al rispetto delle regole istituzionali, sempre assai prudente nell’esprimere le proprie convinzioni, secondo l’insegnamento della prolungata militanza DC. Essendo di tal genere le caratteristiche del Presidente, il significato del discorso tenuto agli Ambasciatori il 1 giugno per l’anniversario della Repubblica, deve essere valutato con particolare attenzione.
Di questo discorso tutti i mezzi di comunicazione hanno dato gran rilievo soprattutto ad alcune parole del Presidente Mattarella: “è inaccettabile il rifiuto di applicare le norme del diritto umanitario nei confronti dei cittadini di Gaza” ed inoltre “che venga ridotta alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani, è disumano”. Peraltro ogni equivoco interpretativo è escluso da altre parole del Presidente , altrettanto chiare: il richiamo “al sanguinario attacco di Hamas contro israeliani inermi, agli ostaggi odiosamente rapiti e ancora trattenuti, che vanno immediatamente liberati“ , il ricordare che “la semina di rancore minaccia Israele…. le manifestazioni di antisemitismo si riaffacciano nel mondo”.
Esclusa perciò qualsiasi tentazione antiisraeliana, l’evidente obiettivo del discorso è sostenere che solo la pace consente di garantire i diritti di tutti. Del resto, è una tipica affermazione di un principio della cultura cattolica nei secoli recenti, frutto della fede dei credenti. Il mondo tuttavia include una larga maggioranza di non credenti e diversamente credenti, i quali attribuiscono alla pace un senso differente, cioè di ragionevole accordo per convivere tra diversi. In tale prospettiva, la pace occorre non tanto evocarla quanto raggiungerla.
Per riuscirvi è indispensabile convincersi che non è la pace l’obiettivo prioritario in politica. Prima della pace e per realizzarla (non dopo), è indispensabile risolvere la questione della libertà tra i cittadini nei rapporti di convivenza. Purtroppo solo i liberali sostengono questa idea e hanno comportamenti coerenti. Non lo fa Mattarella (anche se il giorno dopo, alla parata del 2 giugno, il Presidente ha almeno accoppiato alla parola pace la parola libertà), perché, seppure con le migliori intenzioni, nell’agire non tiene davvero conto dei materiali meccanismi della libertà.
Affermare , come nel discorso del 1 giugno, che alla radice della tragedia in atto c’è il nodo palestinese mai sciolto (“i palestinesi hanno diritto al loro focolare entro confini certi”) suscita grandi speranze di principio senza però impegnarsi a risolvere il problema. E così, anteponendo la pace alla libertà, diffonde la convinzione per cui predicare lo slogan “un territorio, due popoli, due stati” possa tradursi in realtà prescindendo dai comportamenti delle parti protagoniste. Il che contrasta in radice con la costante esperienza storica. E inoltre da uno spiccato sapore antiebraico al criticare la linea del Governo d’Israele: ”è grave l’erosione di territori attribuiti all’Autorità Nazionale Palestinese”.
Un atteggiamento del genere nega il dato di fatto che da trentanni (e concettualmente pure prima) sono le varie organizzazioni del popolo palestinese ad aver rifiutato la prospettiva della convivenza di due popoli in due stati. Rifiuto non solo nelle trattative formali coinvolgenti pure paesi terzi, ma anche nella loro pratica persistente, innegabile e dal significato univoco, dell’ iniziare le rispettive carte costitutive con l’esplicita finalità di distruggere lo Stato d’Israele.
Essendo peraltro certa la mancanza di intenti contro Israele del Presidente Mattarella, ciò vuol dire che l’origine dell’errore dell’affidarsi al suscitare speranze di pace senza impegnarsi a crearne le condizioni, sta proprio nel non accettare l’idea che la pace dipenda dal costruire prima la libertà.
Ne ha una vaga consapevolezza il Ministro della Difesa quando, sempre il 2 giugno, constata “ormai la pace non è garantita per sempre”. La pace non è garantita per sempre, né può esserlo, perché è la libertà a non essere fisiologicamente garantita per sempre (e appunto la libertà viene prima).
Dunque il nodo essenziale per migliorare la convivenza non è struggersi per la pace (un auspicio fine a sé stesso), è costruire la libertà nei rapporti tra i cittadini diversi. Impegno richiesto in ogni momento e ovunque. Perciò è indispensabile applicarsi di continuo (vale a dire consapevoli del tempo che passa) a mantenere efficaci e ad aggiornare i meccanismi civili che favoriscono la libertà nell’esprimersi individuale e nelle interrelazioni tra i cittadini diversi. E’ un obiettivo decisivo di ciascun cittadino per garantire la propria maturazione e di ogni popolo per concretizzare il diritto all’autogoverno. In ambedue in casi, gli interventi sostitutivi da fuori sono sterili.
Insomma, occorre aver ben chiaro che la libertà non è fatta di scelte imposte e che non viene mai raggiunta imponendola. La libertà è fatta di conflitti secondo le regole tra le varie opzioni, risolti in base ai risultati indotti da ciascuna di esse. Perciò è bene scrollarsi di dosso gli inutili slogans abituali, secondo cui in politica sarebbero obiettivi virtuosi temi quali unità, speranza, sogno, cercare il mai più, praticare il mondialismo. Temi tutti che, al contrario, programmano il disimpegno dai meccanismi basilari della libertà dei cittadini e non per caso escludono l’affidarsi alle loro scelte.
Raffaello Morelli

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