
Le notizie arrivano frammentate, filtrate dalla censura, sfigurate dalla propaganda delle dittature e delle teocrazie che si contendono i resti di quello che un tempo era un crocevia di civiltà. C’è stato un nuovo attacco, dicono. Le esplosioni hanno illuminato la notte della periferia, scosso le pietre millenarie, spezzato altre vite. Chi spara? Israele che colpisce le milizie iraniane? I droni di qualche fazione fondamentalista? I russi? Gli americani? Ognuno ha il suo dio da invocare per giustificare il sangue.
La tragedia di Damasco non sta solo nel ferro che piove dal cielo. Sta nell’assuefazione. Il mondo guarda i cieli siriani che bruciano con lo stesso disinteresse con cui si guarda un vecchio film in bianco e nero. Ci siamo abituati. Ci siamo rassegnati all’orrore quotidiano di un Medio Oriente ridotto a un immenso mattatoio ideologico, dove la dignità umana è stata calpestata prima dagli stivali dei tiranni e poi dai fanatici che sognano teocrazie medievali regolate dalla Shari’a.
Ti dicono che sono “obiettivi strategici”, “operazioni chirurgiche”. Che idiozia. Non c’è nulla di chirurgico quando una bomba esplode. C’è solo lo squarcio della carne, l’odore acido della polvere da sparo mescolato a quello della polvere dei mattoni crudi, le urla dei sopravvissuti che scavano con le unghie tra le macerie. Una devastazione che toglie il fiato, che riduce la vita a un soffio sospeso tra un sibilo nel cielo e il boato successivo.
Damasco brucia, e con essa brucia l’ennesimo pezzo della nostra illusione di essere creature civili. Rimane solo la polvere. E il silenzio colpevole di un Occidente che preferisce non guardare, distratto dalle sue piccole, comode, quotidiane ipocrisie.
Non ci saranno vincitori in questa terra. Non ci sono mai stati. Quando le sirene smetteranno di urlare e l’eco dell’ultimo missile si sarà spento nella periferia di Damasco, resterà soltanto la solita contabilità della morte. I generali si appunteranno medaglie sul petto, i fanatici grideranno al martirio e i burocrati d’Occidente firmeranno l’ennesima, inutile risoluzione di condanna in qualche palazzo di vetro specchiato, per poi andarsene a cena.
Giuseppe Basilico

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