
La nomina di Stefania Craxi a capogruppo al Senato di Forza Italia ha riaperto una discussione che attraversa da anni la comunità socialista italiana, una discussione che non riguarda soltanto la politica attuale, ma il modo in cui questa comunità continua a rapportarsi alla propria storia, alle proprie ferite e alla figura di Bettino Craxi.
C’è chi ha accolto questa nomina come un segnale di riconoscimento verso un nome che per decenni è stato oggetto di demonizzazione; c’è chi invece la vive come un tradimento, come se ogni gesto che riguardi un Craxi dovesse essere interpretato attraverso la lente del sospetto.
Eppure, Stefania Craxi è la figlia di Bettino Craxi, uno dei protagonisti più discussi e più complessi della storia repubblicana, l’unico grande statista che molti riconoscono dopo Alcide De Gasperi, un leader socialista che ha segnato un’epoca e che ha pagato un prezzo altissimo, umano e politico.
La sua fine è stata una tragedia disumana, e non si può ignorare che fu tradito anche da molti dei suoi stessi compagni.
Nel 1992 il Partito Socialista Italiano si dissolse, e quella dissoluzione non fu impedita da chi avrebbe potuto farlo.
È comprensibile che la figlia di un uomo travolto e isolato abbia scelto di allontanarsi da chi riteneva responsabile di quel tradimento.
Non è necessario condividere ogni sua scelta politica per comprendere la legittimità dei suoi sentimenti.
La responsabilità penale è personale e non si tramanda agli eredi. Continuare a colpire un cognome significa rifiutare la complessità della storia e trasformare la memoria in un tribunale permanente.
Persino Antonio Di Pietro, uno dei principali accusatori di Craxi, direi il più pervicace, ha riconosciuto che in quella stagione ci furono eccessi e sproporzioni.
Se persino chi guidò l’accusa ammette che si è andati oltre, forse è davvero tempo di chiudere un ciclo e di restituire alla storia la sua complessità, senza più indulgere in persecuzioni infinite.
Rimane una domanda che non possiamo più eludere: com’è possibile che una comunità che si riconosce nella tradizione socialista fatichi così tanto a distinguere tra memoria, identità e fanatismo?
Quando questi tre piani si sovrappongono, la memoria smette di essere un luogo di verità e diventa un campo di battaglia, l’identità si irrigidisce in appartenenza tribale e il fanatismo prende il posto della riflessione critica.
È un fenomeno che non riguarda solo i singoli, ma il modo stesso in cui la nostra comunità elabora il proprio passato e immagina il proprio futuro.
La memoria dovrebbe essere un patrimonio complesso, capace di accogliere luci e ombre; l’identità dovrebbe essere un terreno di confronto, non un recinto; il dissenso dovrebbe essere una ricchezza, non un pretesto per scomuniche reciproche.
Se il Socialismo vuole tornare ad essere una cultura politica viva, deve ritrovare questa capacità di distinguere, di ascoltare, di comprendere, di non trasformare ogni divergenza in una frattura insanabile.
Una comunità che non sa più discutere senza aggredire, che non sa più riconoscere la dignità delle persone, che confonde la fedeltà con l’accecamento, è una comunità che rischia di smarrire se stessa.
Viviamo un tempo attraversato da guerre, instabilità, crisi economiche e sociali che mettono a dura prova le democrazie e la convivenza civile.
In un contesto così fragile, la responsabilità di chi assume ruoli istituzionali non è mai soltanto politica: è anche morale, culturale, umana.
Per questo motivo, al di là delle appartenenze e delle simpatie, rivolgo a Stefania Craxi un augurio sincero: che possa tracciare una linea politica capace di tenere la barra dritta, con equilibrio e senso delle Istituzioni, in un momento in cui l’Italia e il mondo hanno un disperato bisogno di stabilità, misura e visione.
Non si tratta di condividere ogni scelta, ma di riconoscere che, quando il mondo è sopraffatto dalle guerre e dalle paure, chi guida ha il dovere di farlo con lucidità e responsabilità.
E forse, proprio da questo riconoscimento, la nostra comunità socialista potrebbe ritrovare un po’ di quella maturità che l’ha resa grande: la capacità di guardare oltre le ferite, oltre i rancori, oltre le appartenenze rigide, per tornare ad essere una comunità che pensa, discute e costruisce, senza paura della complessità e senza bisogno di nuovi nemici.
Angioletta Massimino

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