
Vi siete accorti che la Natura, alla vigilia dell’apertura dell’anno scolastico, ha fatto uno sterminio di danni e di morti, con grandinate, alluvioni, uragani, incendi, straripamenti e scioglimento dei ghiacciai? Non sembra quasi una coincidenza che, mentre milioni di ragazzi tornano sui banchi per ricominciare a studiare, la vecchia maestra Natura abbia deciso di ricordare agli umani che qualche lezione l’hanno dimenticata. E la lezione non riguarda soltanto la matematica, la filosofia, la storia, l’inglese o l’informatica. Riguarda qualcosa di molto più elementare: il rapporto tra l’uomo e la casa nella quale vive. Abbiamo costruito una civiltà convinta che il pianeta fosse una gigantesca dispensa dalla quale prendere tutto ciò che serviva per produrre ricchezza, consumare, costruire e accumulare. Abbiamo chiamato progresso una crescita praticamente senza limiti e abbiamo considerato la Natura una variabile subordinata ai nostri bisogni. Poi arrivano un fiume che esonda, una montagna che frana, un ghiacciaio che si ritira, un bosco che brucia, una grandinata che distrugge in pochi minuti il lavoro di un’intera stagione e ci ricordiamo improvvisamente che quella variabile tanto trascurata continua ad avere la forza di presentarci il conto. Forse allora la scuola dovrebbe ricominciare proprio da qui. Non per insegnare ai ragazzi ad avere paura della Natura, ma per insegnare loro a conoscerla e rispettarla. Perché non basta preparare generazioni capaci di fare soldi se poi non sono capaci di evitare di fare danni alla casa nella quale quei soldi dovranno essere spesi.
Per questo nelle scuole non bastano insegnanti filosofi e matematici, pur necessari e preziosi. Servono anche contadini, pastori, pescatori, boscaioli, artigiani e professionisti veri, persone che abbiano imparato il mestiere osservando la realtà e misurandosi quotidianamente con i suoi limiti. Un contadino sa che il terreno non può essere spremuto all’infinito. Un pastore conosce il comportamento degli animali e sa che il territorio ha tempi che non coincidono con quelli della finanza. Un pescatore sa che il mare può dare molto ma può anche non dare più nulla se viene sfruttato senza criterio. Un boscaiolo conosce la differenza tra un bosco vivo e una distesa di alberi destinati soltanto a diventare materia prima. Un artigiano sa che un oggetto ben fatto dura, mentre un prodotto costruito soltanto per essere venduto rapidamente diventa rifiuto altrettanto rapidamente. Sono conoscenze che non si imparano necessariamente sui libri e che la scuola moderna ha progressivamente relegato in secondo piano, come se fossero competenze appartenenti a un mondo superato. E invece potrebbero essere proprio quelle competenze a completare la cultura astratta con la cultura della realtà. Perché sapere come funziona una formula non significa necessariamente sapere quali conseguenze avrà applicarla sul territorio. Conoscere la tecnologia non significa automaticamente saperne governare gli effetti. Essere laureati non garantisce di conoscere il prezzo ambientale delle proprie decisioni. La scuola dovrebbe quindi insegnare anche ciò che è dannoso all’uomo ma utile alla Natura e ciò che sembra utile all’uomo ma, alla lunga, può diventare dannoso per entrambi. Dovrebbe insegnare che non tutto ciò che possiamo fare dobbiamo necessariamente farlo e che la parola “limite” non è una bestemmia contro il progresso.
Una scuola che insegna agli umani a pensare soltanto a se stessi, ai propri consumi, al proprio successo e al proprio conto in banca, ma non insegna mai a preoccuparsi della padrona di casa, non insegna a ragionare ma a sragionare. Forma individui capaci di calcolare il profitto e incapaci di calcolare le conseguenze. È così che la cultura rischia di trasformarsi in una gigantesca macchina per produrre persone istruite ma non necessariamente intelligenti. Abbiamo insegnato ai ragazzi che la felicità coincide con il possesso, che il successo coincide con il reddito e che il futuro consiste nel produrre e consumare più del presente. Poi ci sorprendiamo se l’ambiente viene trattato come un magazzino inesauribile. Non serve trasformare la scuola in un tribunale permanente contro l’industria, contro la finanza o contro la tecnologia. Serve qualcosa di molto più serio: insegnare ai giovani che ogni attività umana produce conseguenze e che il progresso ha senso soltanto quando aumenta la qualità della vita senza distruggere le condizioni che la rendono possibile. La Natura non è né di destra né di sinistra, non vota, non partecipa ai talk show e non legge i programmi elettorali. Quando un territorio viene violentato, non domanda quale partito abbia autorizzato un’opera o quale governo abbia finanziato una fabbrica. Risponde secondo le proprie leggi. E allora anche il cambiamento climatico, al di là delle dispute ideologiche sulle sue cause e sulle sue dimensioni, dovrebbe diventare una materia scolastica nel senso più concreto del termine: imparare a convivere con il caldo e con il freddo estremi, con la scarsità d’acqua, con gli incendi, con le alluvioni, con l’erosione del suolo e con tutti quei fenomeni che rendono evidente quanto sia fragile il nostro modello di sviluppo. Altrimenti rischiamo davvero di formare eserciti di matti suicidi, felicissimi di produrre ricchezza mentre distruggono le condizioni necessarie per godersela.
Forse la vera rivoluzione della scuola dovrebbe dunque consistere nel rimettere la realtà al centro dell’insegnamento. Portare gli studenti nei campi, nei boschi, sui fiumi, nei laboratori artigiani, nei porti, nelle officine, negli allevamenti, nei cantieri e nelle aziende agricole. Far vedere loro come nasce un alimento, come cresce un albero, come si conserva l’acqua, come si costruisce un oggetto, come si ripara ciò che si rompe e quanto lavoro occorre per trasformare una materia prima in qualcosa di utile. Insegnare che dietro ogni prodotto esiste un territorio e che dietro ogni spreco esiste una risorsa sottratta a qualcun altro. Sarebbe una scuola meno teorica e forse anche più intelligente. I filosofi potrebbero continuare a insegnare a pensare, i matematici a calcolare, gli scienziati a comprendere e gli storici a ricordare. Ma accanto a loro dovrebbero sedersi coloro che sanno fare, perché il sapere senza esperienza rischia di diventare presunzione e l’esperienza senza sapere rischia di rimanere cieca. La Natura, intanto, continuerà a fare il proprio mestiere senza chiedere permesso agli uomini. Ogni alluvione, ogni incendio, ogni grandinata, ogni ghiacciaio che scompare sarà una nuova interrogazione. E forse, alla fine, scopriremo che la materia più importante da imparare non è come dominare il mondo, ma come starci dentro senza distruggerlo. La Natura ci ha già iscritti tutti a scuola. Sarebbe davvero imperdonabile continuare a non studiare.
Lamberto Ferdinandi
(amico di James Bond)

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