
L’attivismo geopolitico della Turchia di Erdoğan non è più una novità, ma oggi assume i contorni di una sfida sistemica che l’Europa non può più ignorare. Sotto la formula della “Patria Blu” e di una proiezione neo-ottomana, Ankara si muove su una faglia ambigua: formalmente alleato NATO, ma costantemente impegnato a minare gli equilibri nel Mediterraneo orientale, a stringere patti con Mosca e a proporsi come protettore globale dell’islamismo politico. In questo scacchiere, la postura turca verso Israele è passata dal pragmatismo diplomatico a una retorica di scontro totale, dove lo Stato ebraico viene dipinto come l’origine di ogni male mediorientale. Per l’Europa, questa dinamica rappresenta un doppio pericolo. Da un lato, Ankara usa la leva migratoria e l’influenza sulle diaspore per condizionare le politiche interne europee; dall’altro, l’aggressione verbale e strategica contro Israele punta a isolare l’unico partner democratico e affidabile dell’Occidente nella regione. Oggi più che mai, l’Unione Europea deve comprendere che la difesa di Israele non è una mera scelta di politica estera, ma un imperativo di sopravvivenza strategica e valoriale. Israele non rappresenta solo uno scudo avanzato contro il radicalismo jihadista, ma condivide con l’Europa lo stesso codice genetico istituzionale: lo stato di diritto, il pluralismo democratico, la libertà di espressione e l’innovazione scientifica. In un Medio Oriente dove la Turchia soffia sul fuoco del revisionismo geopolitico, abbandonare o indebolire il sostegno a Gerusalemme significa indebolire l’Occidente stesso. Difendere il diritto alla sicurezza di Israele significa riaffermare la validità del modello democratico occidentale contro il ricatto dei regimi autoritari o teocratici. L’Europa esca dal torpore del politicamente corretto: l’attivismo di Ankara si contrasta solo riscoprendo l’orgoglio delle nostre libertà, le stesse che Israele difende ogni giorno sul campo.
Raffaele Amendola

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