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La morte di Nicole è un problema di sistema: la Repubblica non è più in grado di garantire la tutela della Salute dei cittadini
 

di Redazione Pensalibero.it | 22 Febbraio 2015

Davanti ad un sistema sanitario incapace di gestire l’emergenza respiratoria di una neonata per un inaccettabile mix di contraddizioni politiche, carenze organizzative, rassegnazione dei professionisti e inadeguata informazione dei cittadini, la Fondazione GIMBE chiede, in occasione delle riforme costituzionali, di riconsegnare allo Stato il ruolo di garante per il diritto alla Salute dei cittadini.
 

16 febbraio 2015 – Fondazione GIMBE, Bologna

«L’inammissibile morte della piccola Nicole, che ha suscitato lo sdegno e l’incredulità del Presidente Mattarella e con lui di tutti i cittadini italiani, apre una dolorosa piaga sulla sicurezza dei modelli organizzativi della Sanità italiana, svelando lo spettro di un fallimento del sistema di tutela della Salute a livello politico, organizzativo e professionale.

Ascoltando le voci dei vari stakeholders, sembra che le responsabilità siano sempre degli altri: il Presidente della Regione Crocetta ha assolto gli ospedali, accusato i medici e chiesto al Ministro di rivedere le normative nazionali; la Lorenzin ha replicato – giustamente – che l’accreditamento delle strutture sanitarie compete esclusivamente all’amministrazione regionale; Diego Piazza – presidente dell’ACOI – è certo che la tragedia è figlia dei tagli lineari e di carenze del management, mentre Vito Trojano – presidente dell’AIGO – conferma che l’accreditamento delle strutture neonatali in Sicilia non è ancora applicato in molte realtà; l’Anaao Assomed Sicilia fa rilevare che il servizio di trasporto emergenze neonatali nel bacino Catania, Ragusa, Siracusa non è mai stato attivato. L’assessore Borsellino, colpita dalle “dure” parole del Ministro, si limita a interpretare il più classico dei cliché della politica nostrana annunciando – senza per ora rassegnare – le proprie dimissioni.

In occasione di una tragedia di simile portata, oltre a evitare strumentalizzazioni, è indispensabile mettere da parte ogni forma di conflitto di interesse di categoria e, se necessario, uscire anche dalle proprie posizioni istituzionali, per identificare con lucidità le reali criticità di sistema che non si risolveranno affatto quando la magistratura – ormai unico arbitro della Sanità italiana – avrà identificato le responsabilità che ricadranno, verosimilmente, sugli anelli più deboli della catena.

«Si continua a ignorare che un determinante fondamentale degli esiti di salute, in particolare nell’emergenza – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è rappresentato dai requisiti minimi di accreditamento delle strutture sanitarie, definiti e verificati da ciascuna Regione in assoluta autonomia. Purtroppo, tale processo di accreditamento non è stato sempre guidato dalla necessità di tutelare al meglio la salute dei cittadini, ma troppo spesso condizionato dall’esigenza di garantire gli interessi degli erogatori».

«Questo eccesso di autonomia delle Regioni non governato a livello centrale – continua Cartabellotta – ha concretizzato situazioni estremamente pericolose per la salute dei cittadini, da un lato legittimando inaccettabili carenze strutturali, tecnologiche, organizzative delle strutture pubbliche, dall’altro consentendo l’accreditamento di erogatori privati anche in assenza di adeguati requisiti. Di conseguenza, l’eterogeneità nell’offerta di servizi e prestazioni sanitarie condiziona la salute, la vita e la morte dei cittadini italiani, in particolare nelle Regioni le cui performance, in termini di erogazione di LEA e di equilibrio finanziario, hanno ripetutamente dimostrato che gli episodi di malasanità sono figli legittimi di una cattiva gestione politica».

La tragedia di Catania mette a nudo tutte le contraddizioni istituzionali tra diritto alla tutela della Salute e organizzazione dei servizi sanitari, dimostrando che oggi le responsabilità delle Istituzioni finiscono per diluirsi e svanire nelle pieghe normative. Infatti, se per garantire l’uguaglianza dei cittadini lo Stato dovrebbe allineare a standard nazionali i requisiti minimi di accreditamento di tutte le strutture sanitarie del Paese, di fatto non detiene alcuna competenza legislativa perché pianificazione e organizzazione dei servizi sanitari sono state affidate alle Regioni con inaccettabili diseguaglianze regionali. Non a caso il recente rapporto OCSE ha “bacchettato” il nostro SSN, denunciando che “le riforme costituzionali del 2001 hanno contribuito a creare 21 sistemi sanitari regionali con differenze notevoli sia per quanto riguarda l’assistenza che gli esiti”. Per rimediare a questa situazione, il Governo ha lavorato intensamente e proprio venerdì notte la Camera ha approvato il nuovo articolo 117 del titolo V che separa nettamente le competenze in materia sanitaria tra Stato e Regioni.

«Difficile percepire i potenziali vantaggi di questa riforma per la tutela della Salute degli Italiani – conclude Cartabellotta – che non sembra decretare “la fine di 21 diversi servizi sanitari”, perché con il nuovo art. 117 lo Stato non potrà comunque esercitare i poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni inadempienti nell’attuazione dei LEA, in quanto la legislazione esclusiva riguarda solo la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali – ma non quelli sanitari (!) – che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».

Se, come ha affermato il Presidente Mattarella nel suo discorso di insediamento, “Garantire la Costituzione significa garantire i diritti dei malati”, la Fondazione GIMBE chiede, in occasione di una riforma costituzionale di simile portata, di passare dalle parole ai fatti assegnando in maniera inequivocabile allo Stato il ruolo di garante per il diritto alla Salute dei cittadini italiani.

Fondazione GIMBE
Via Amendola 2 – 40121 Bologna
Tel. 051 5883920 – Fax 051 4075774

Pubblicato in : Primo piano

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